Roberto Franceschi: mamma Lydia racconta quella tragica sera, ancora senza colpevoli. Parte prima

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23 gennaio 1973: Roberto Franceschi, studente della Bocconi, viene ferito alla nuca da un proiettile sparato da un poliziotto. Morirà il 30 gennaio. Nessuno ha pagato per la sua morte. Sua madre Lydia racconta questi 40 anni senza di lui. Parte prima

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Quarant’anni fa, un colpo di pistola alla nuca ridusse in fin di vita Roberto Franceschi, 20 anni, studente di Economia politica alla Bocconi. “Quella sera io, mio marito e mia figlia Cristina siamo andati a teatro”, racconta Lydia Franceschi, la mamma di Roberto, insegnante di matematica e preside, oggi, in pensione, nata il 1 maggio (ho promesso di tacere l’anno) “tanto per essere coerente” nella sua profonda fede democratica e antifascista. Anche il figlio, della stessa pasta della madre, doveva andare essere a teatro con loro ma “aveva appena passato l’esame di matematica a pieni voti. Era un esame difficilissimo e lui ce l’aveva fatta al primo anno, così aveva preparato delle dispense, che tutti gli chiedevano. Mi disse: mentre sento l’assemblea, pinzo le dispense. Invece, era suonata la sua campana, come dice Hemingway”.

Roberto “quando è entrato in Bocconi ci siamo rimasti tutti male”, continua Lydia, “pensavamo si iscrivesse a ingegneria o medicina ma lui voleva fare l’economista. Diceva: mamma le scelte economiche sono quelle che determinano le scelte politiche e se sono sbagliate, chi paga sono le classi povere, quelle ricche difficilmente pagano”.

Già attivo nel Movimento studentesco, quella sera partecipa a una delle tante assemblee pubbliche che, in quel periodo, sono quasi di routine in una Milano in pieno fermento. Le sedi prescelte, in genere, sono le università ma la porta è aperta a tutti.

Quella convocata la sera del 23 gennaio 1973, in Bocconi, porta, anche, la firma di Roberto Franceschi. All’ultimo momento, però, il rettore dell’ateneo cambia idea, fa circondare l’edifico e permette l’ingresso solo agli studenti iscritti, libretto alla mano. “Vorrei sapere”, dice Lydia, “perché quella sera, a differenza di 4 giorni prima, tutto d’un tratto hanno cambiato senza avvisare gli studenti. La poca chiarezza degli adulti nei confronti dei giovani è una cosa che si ripete ancora oggi. Ci sentiamo arbitri di quello che devono fare e, invece, crescere è doloroso ma necessario. Allora avevano l’illusione di cambiare il mondo, c’era una speranza”.

(Photocredit: archivio personale)

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