Diffamazione, nuova ordinanza di arresto per l'81enne Francesco Gangemi

Francesco Gangemi, 79 anni, giornalista, si trova ai domiciliari da due anni: nuovo ordine di carcerazione per un cumulo di pene

Aggiornamento 12 dicembre 2015, ore 10:11 - Il giornalista Francesco Gangemi, 81 anni, venerdì scorso è stato raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di sorveglianza di Catania per un cumulo di pene a 2 anni 11 mesi e 16 giorni di reclusione.

Gangemi, invalido al 100%, si trova già agli arresti domiciliari per diffamazione a mezzo stampa e per non avere rivelato le fonti fiduciarie delle notizie.

"Due anni dopo l'allucinante arresto che, all'età di 79 anni, l'aveva portato dietro le sbarre, sollevando l'indignazione del Paese e la sospensione del provvedimento, la storia si ripete. [...] Stavolta gli è stata risparmiata l'umiliazione della galera, ma imposto comunque l'obbligo di espiazione della pena agli arresti domiciliari. A quasi 82 anni, invalido al 100% e dopo aver recentemente subito un delicato intervento chirurgico al cuore, una nuova, pesante tegola si abbatte, dunque, sul giornalista. Nell'auspicare una revisione del provvedimento cautelare, ispirata a criteri di vera giustizia e umanità"

ha commentato il segretario generale aggiunto della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e segretario del Sindacato Giornalisti della Calabria Carlo Parisi. Secondo Parisi il giornalista 81enne è chiamato a scontare una pena residua di quasi tre anni perché la Procura della Repubblica di Catania ha dichiarato decaduti i benefici di sospensione condizionale della pena per i suoi articoli. Dello stesso avviso anche il presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino:

QUANDO LA LEGGE SCONFINA NELLA BARBARIE. O precipita nel ridicolo. Francesco Gangemi, giornalista di Reggio Calabria, 81...

Posted by Enzo Iacopino on Sabato 12 dicembre 2015

Giustizia? Il clamoroso caso del giornalista Francesco Gangemi


Aggiornamento 11 ottobre, ore 18:00

- I giudici del tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria hanno accolto l'istanza dei difensori del giornalista Francesco Gangemi, gli avvocati Lorenzo Gatto e Giuseppe Lupis, e disposto gli arresti domiciliari per il direttore 79enne de "Il Dibattito". Sono state dunque mitigate le misure cautelari per la condanna a 2 anni per diffamazione aggravata a mezzo stampa a carico di Gangemi, che era stato tradotto in carcere nella giornata di sabato 5 ottobre.

Aggiornamento 18:55 - Gli avvocati di Francesco Gangemi, Lorenzo Gatto e Giuseppe Lupis, informano di aver presentato al Tribunale misure di sorveglianza un'istanza di scarcerazione per il loro assistito per motivi di salute: il giornalista, invalido al 100% ed ex malato di cancro, era stato arrestato su richiesta del Tribunale di Catania.

La vicenda è di quelle che dovrebbero aprire dibattiti pubblici serratissimi ma per il momento resta relegata in fondo a qualche pagina: Francesco Gangemi, 79 anni giornalista ed ex consigliere comunale di Reggio Calabria (dal 7 al 31 luglio del 1992), è stato raggiunto ieri da un'ordine di custodia cautelare in carcere emesso dalla Procura generale della Repubblica di Catania.

La storia di Gangemi, che attualmente dirige il mensile Il Dibattito, è emblematica delle molte delle assurdità del diritto italiano: accusato di diffamazione a mezzo stampa in qualità di direttore de Il Dibattito (art. 595 C.P.) e di falsa testimonianza (art. 372 C.P.), la vicenda affonda in realtà le radici nel lontano 1992.

Gli agenti della Squadra Mobile di Reggio Calabria, su provvedimento emesso dalla Procura generale di Catania a firma del sostituto procuratore generale Elvira Tafuri, hanno tradotto nel carcere reggino il giornalista: secondo il provvedimento del procuratore Gangemi

"ha omesso di presentare l’istanza per la concessione delle misure alternative alla detenzione nei termini prescritti.”

cosa che ha sospeso la revoca dell'arresto. A dare la notizia è stato il figlio Maurizio, direttore de IlReggino, che raccontando la storia pone come centrale la questione della condanna per falsa testimonianza:

"Non ha rivelato, dinnanzi al Giudice, le proprie fonti. Gli ultraquarantenni come me ricorderanno certamente il cosiddetto “scandalo delle fioriere” o “tangentopoli reggina” che investì la Città della Fata Morgana nel 1992. In quell’epoca, l’intera Giunta Licandro venne arrestata (tranne il Licandro che si pentì e collaborò finendo anche tra la letteratura con il libro a 4 mani “La città dolente”) per aver preso tangenti da una ditta per la fornitura di fioriere del valore di 90 milioni di vecchie lire. Mio padre, all’epoca Consigliere comunale, se non ricordo male ancor prima che scattassero le manette alla Giunta, in aula a Palazzo San Giorgio, si alzò dallo scranno ed affermò che in qualche stanza le valigette entrano piene (di soldi) e ne uscivano vuote. Al processo che ne seguì, interrogato dal Giudice, si rifiutò categoricamente di rivelare chi ed in che circostanza gli diede la notizia. Reato gravissimo, quello commesso da mio padre."

Le otto sentenze emesse, tra il 2007 ed il 2012, dai tribunali di Reggio Calabria, Cosenza e Catania, sono tutte relative al reato di diffamazione a mezzo stampa, tranne una: quella falsa testimonianza che ricorda tanto un altro caso poco dissimile, che vide protagonista il giornalista di Repubblica Giuseppe D'Avanzo, arrestato e rinchiuso per sette giorni nel carcere di massima sicurezza di Carinola per non aver voluto rivelare le fonti al magistrato Pierluigi Vigna quando scoprì e pubblicò la notizia che a mettere la bomba nella strage del Rapido 904 furono uomini del clan camorrista Misso.

La vicenda di Gangemi però è più o meno simile anche ad un'altra vicenda, quella più recente che ha visto protagonista il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, che vide però commutare la pena carceraria in pecuniaria direttamente dal Presidente della Repubblica Napolitano (fortunatamente, verrebbe da aggiungere, in nome della libertà d'opinione e di stampa).

In questo caso una persona di 79 anni, invalida al 100% come ha spiegato il figlio, professionale fino al midollo (i giornalisti non sono tenuti a rivelare le proprie fonti, nemmeno ai magistrati e nemmeno sotto processo) ha fatto la fine "del sorcio", vittima (è il caso di dirlo) di un nuovo caso di malagiustizia burocratica.

La vicenda è arrivata fin sulle scrivanie romane dell'FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana):

"Una mostruosità difficilmente concepibile per qualsiasi ordinamento democratico che si fondi sulla libertà di espressione, di stampa e sul pluralismo delle idee. Anche le idee più 'forti' hanno diritto di esistere. Francesco Gangemi è chiamato a scontare due anni di pena residua dopo che la Procura della Repubblica di Catania ha dichiarato decaduti i benefici di sospensione condizionale della pena, in diverse circostanze, per i suoi articoli pubblicati sul periodico 'Il Dibattito'. Sorprende che la magistratura, pur in presenza di una legislazione che prevede il carcere per i reati di diffamazione a mezzo stampa, e che perciò è stata giudicata incompatibile dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, non abbia individuato misure alternative alla detenzione al pari di quelle che vengono riconosciute in quasi tutte le parti d'Italia a fior di delinquenti ultrasettantenni per crimini efferati di ben altra natura."

affermano in una dichiarazione congiunta il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, e il vicesegretario nazionale della Fnsi e segretario del Sindacato giornalisti Calabria Carlo Parisi. Diffamare a mezzo stampa, secondo la Corte Europea dei Diritti Umani, è un reato che va si punito ma in ambito amministrativo e non penale: il tema della diffamazione era stato già affrontato all'epoca del caso-Sallusti, poi rientrato, facendo infine dimenticare (per l'ennesima volta) la questione penale sul reato di diffamazione.

L'assurdità della vicenda Gangemi mostra l'ipocrisia istituzionale italiana, lenta e macchinosa ma altrettanto feroce e spietata.

Ora si dirà che è stata l'omissione dello stesso Gangemi a decretarne l'arresto, che un "diffamatore di professione" deve marcire in galera e che la stampa non può dire e scrivere ciò che vuole dimenticando che dovrebbe essere l'eventuale istigazione a delinquere il tema punibile con il carcere e non la diffamazione in quanto tale. Ma questi, si sa, sono temi per i giornalisti anglosassoni: la vicenda Gangemi fa crollare ulteriormente l'Italia nella classifica dei paesi sulla libertà di stampa.

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