L'infibulazione "choc", la bufala, la Rete, le agenzie e la necessità di una moratoria

Una notizia, probabilmente "bufala", si diffonde, viene smentita, rinasce.

Aggiornamento del 26 luglio 2014: il Guardian riporta il fatto che l'Isil nega di aver mai emanato un ordine per l'infibulazione di tutte le donne. La BBC ha modificato radicalmente il contenuto del suo pezzo.
Possiamo concludere senza alcun timore che si è trattato di una bufala.

L'infibulazione "choc", storia di una bufala e moratoria

Infibulazione choc (o shock).

La "notizia" viene battuta dall'Adnkronos e da Ansamed: i militanti dell'Isil avrebbero ordinato l'infibulazone di tutte le donne. Questi sono i link alle agenzie, con i rispettivi titoli:

Orrore in Iraq, l'Isil ordina l'infibulazione per tutte le donne del 'califfato' (ADNKRONOS)
Syria: Islamic State 'decrees' infibulation for all women (ANSAmed)

Nei pezzi, vediamo che secondo Adnkronos, esiste un comunicato

«di cui Aki-Adnkronos International ha preso visione, l'Isil - che controlla ampie zone dell'Iraq e della Siria - annuncia che Baghdadi ha chiesto l'infibulazione per tutte le ragazze dell'autoproclamato califfato, a cavallo tra l'Iraq e la Siria».

Secondo l'Ansa International (che evidentemente non ha preso visione) il comunicato è

«An unverified decree dated Monday in the Islamic State (IS)



Ora, è vero che nell'informazione (social ma non solo) è tutto "choc" o "shock" (che poi, per la cronaca, si scrive shock, se è inglese, o choc se è francese, ma qualcuno riesce a scrivere anche scioc, shoc o chock: per gli appassionati linguisti suggerisco la voce apposita su Treccani). Ma è altrettanto vero che le notizie vanno verificate.

E infatti, a mano a mano che passano le ore, ci si trova di fronte a svariati passi indietro dall'informazione mainstream. Finché viene fuori che probabilmente si tratta di un "fake", di una bufala. La genesi e un primo epilogo di questa storia li racconta molto bene Converso, che ripercorre i passi avanti e indietro sull'argomento. Però il pezzo di Converso esce prima che arrivi il capolavoro de La Stampa.

Secondo la quale, udite udite, la colpa è tutta della Rete!

Infibulazione, il decreto choc del califfo potrebbe essere un “fake” della Rete

titola, online, il quotidiano torinese. Che però riesce a vederci anche qualcosa di positivo: il fatto che almeno si torni a parlare della questione. Il che, me lo consentirete, è un'aberrazione che decreterebbe, se accettata – forse è già stata accettata? – la fine dell'informazione. Vuol dire che posso parlare del traffico anche se non c'è, perché almeno se ne parla. Del terrorismo, della peste bubbonica, dell'emergenza cani idrofobi, dell'urgenza sociale di nani e ballerine, di qualsiasi argomento, perché così, almeno se ne parla.

E ancora: perché questa continua, ossessiva, personalizzazione della Rete? La rete non ha personalità. E' un mezzo. Non un essere vivente, non un'intelligenza collettiva. E' un mezzo.

E poi: perché non dire chiaramente che la notizia è stata battuta da agenzie, diffusa, divulgata dai quotidiani (non solo da siti o blog, da quotidiani, testate registrate di lungo corso, con tanto di edizioni cartacee in edicola da decenni, che ne hanno parlato sui loro siti ufficiali). Non sarà l'ora di finirla, con questa storia della Rete?

E infine, la questione più seria: il dovere di un giornalista è quello di verificare le notizie. Spesso su internet ci si trova a rincorrere per seguire per primi, o fra i primi, questo o quell'evento: si pubblica e poi al massimo si sistema. Lo facciamo anche noi, a volte, è la dura legge di questa concorrenza di flusso che bisogna, in qualche modo, contrastare.

Il fatto è che le agenzie sono (erano?) una fonte primaria, una fonte sicura e certa da citare. E ora, invece, ci si trova di fronte al dilemma di non saper più come fare a dare una "notizia".

Toccherà munirsi di condizionali, punti interrogativi e sinonimi di "forse", "si dice" e simili? O forse è giunto il momento di fermarsi tutti e ragionare su una moratoria all'uso indiscriminato del mezzo-web, dello "shock", della personalizzazione della "Rete", delle notizie che indignano la pancia? Come faranno i giornalisti a fidarsi di qualcuno? Come faranno a verificare tutto? Certo: citare le fonti diventa sempre più necessario (pratica per nulla diffusa, soprattutto online). Ma non basterà, a lungo termine (e nemmeno a breve) a far diffondere "notizie" che, nella migliore delle ipotesi sono bufale innocue e nella peggiore possono, per esempio, contribuire rinforzare idee razziste.

Ma veniamo all'evoluzione della questione, che si è proposta nel corso della stesura di queste poche righe: mentre i media italiani stanno facendo retromarcia, la notizia-non-notizia si è diffusa all'estero (sì, è così) e arrivano anche dichiarazioni di funzionari ONU che commentano la cosa (su BBC, ma anche sul Guardian, per dire: entrambe le fonti citano Jacqueline Badcock che ha commentato il presunto ordine dei militanti dell'Isil). Il che chiude il cerchio e rende sempre più necessaria una profonda riflessione sul tema.

[Il video in testa al post è tratto da "Quarto potere", film di Orson Welles. Una scena di 23 secondi, un capolavoro nel capolavoro]

Infibulazione decreto choc

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