Etiopia, criminali di guerra protetti dall'ambasciata italiana da 24 anni

Due ex-ministri etiopi sono rifugiati nell'ambasciata italiana di Addis Abeba da 24 anni: sono accusati di crimini contro l'umanità

Con un lungo ed articolato pezzo Vice News piazza uno scoop che potrebbe aprire un vero e proprio caso sull'operato dell'ambasciata italiana di Addis Abeba in Etiopia. Uno scoop che è tutto italiano, visto e considerato che in passato molti organi di stampa europei ed internazionali si sono occupati, nel silenzio dei media nostrani, di questa incredibile vicenda africana.

La storia comincia il 27 maggio del 1991 quando quattro ex-ministri del Derg (il governo militare etiope di ispirazione comunista in carica dal 1974 al 1987), accusati di genocidio e di aver ordinato uccisioni di massa, oltre che essere i mandanti di violenze indicibili sulla popolazione etiope, si rifugiavano nottetempo all'interno delle mura dell'ambasciata italiana di Addis Abeba mentre alcuni gruppi di ribelli armati avanzavano sulla capitale etiope.

Secondo le verifiche effettuate da Vice News, due ex ministri si trovano ancora all'interno dell'edificio mentre gli altri due sono morti: è oggi ancora sconosciuta (e forse lo sarà sempre) l'identità di colui il quale permise ai fedelissimi del "Negus rosso" Menghistu Hailè Mariàm di entrare in ambasciata, ma quello che è certo (e che è stato verificato dalla reporter di Vice) è che oggi Berhanu Bayer e Addis Tedla vivono nei locali dell'enclave italiana ad Addis Abeba.

Un rifugio che sarebbe oggi quasi una priogione per l'ex-ministro degli esteri del Derg e per l'ex Capo di Stato Maggiore, oggi ultrasettantenni sulla cui testa pende una condanna a morte per i crimini contro l'umanità commessi durante il regime militare comunista tra gli anni '70 ed '80 (secondo Amnesty International il Derg giustiziò circa 500mila persone solo tra il 1977 e il 1978):

"Data la natura della questione, abbiamo sempre preferito non rilasciare interviste ai giornalisti. Abbiamo privilegiato un canale di comunicazione con le associazioni per i diritti umani e le ONG. [...] Posso confermare che due ex alti funzionari del Derg sono presenti all'interno dell'ambasciata italiana. Confermo inoltre che il governo italiano non può costringerli a lasciare l'ambasciata (che secondo il diritto internazionale è territorio italiano) finché corrono il rischio di essere uccisi. È un obbligo che deriva dal nostro sistema giudiziario"

scrive in una email il Primo Segretario Giuliano Fragnito De Giorgio, confermando la versione fornita già nel 2004 quando il ministero comunicò seccamente (allora il titolare era Franco Frattini) che le autorità etiopi erano a conoscenza della posizione italiana in merito ma che ai due non era stato riconosciuto formalmente alcun asilo politico.

Le perplessità su un eventuale "giusto processo" in Etiopia ai due genocidari, nell'eventualità uscissero dall'ambasciata italiana, è stata espressa anche da numerose organizzazioni internazionali come Human Rights Watch ed è condivisibile che l'Italia non voglia correre il rischio di consegnare i due nelle mani di chi risponderebbe alle loro colpe con la stessa moneta: violando i diritti umani e, di fatto, condannandoli a morte.

L'ex-capo di Stato del Derg Mènghistu Hailè Mariàm si è salvato rifugiandosi in Zimbabwe nel 1991, dietro la protezione di un altro criminale internazionale come Mugabe: anche il Negus Rosso è stato condannato a morte ma allo stato attuale nessuno, nemmeno l'Italia (l'Etiopia è un'ex colonia italiana), ha avuto l'ardire di chiederne l'incriminazione al Tribunale Penale Internazionale de L'Aja. Inoltre secondo Jacob Wiebel, professore di storia africana all'Università di Durham, il rischio che la pena di morte venga eseguita in Etiopia sarebbe "improbabile"; lo studioso ha inoltre aperto un'interessante capitolo sui due genocidari etiopi rifugiati nell'ambasciata italiana da 24 anni:

"Una cosa che mi intriga molto è il sospetto che uno di loro ne abbia ucciso un altro all'interno dell'edificio. Nessuno è riuscito a verificare la notizia, ma se fosse vera si tratterebbe di un omicidio avvenuto su suolo italiano che è rimasto senza conseguenze."

La storia, anche in questo caso, è decisamente controversa e quasi impossibile da verificare: nel 1991 erano stati in quattro a varcare la soglia dell'ambasciata e il primo a morire fu l'ex primo ministro Hailu Yimenu, che si tolse la vita nel 1993. 11 anni dopo però morì anche l'ex ministro della Difesa e Comandante Militare in Eritrea, Tesfaye Gebre Kidan: secondo molti Kidan sarebbe stato assassinato durante una rissa proprio dall'ex ministro degli Esteri Berhanu Bayer. Se questo fosse vero si sarebbe verificato un omicidio su suolo italiano sul quale nessuno ha mai indagato.

La mancata incriminazione sul piano internazionale, le ragioni dell'ingresso dei quattro in ambasciata, la morte dei due genocidari su suolo italiano, il silenzio italiano su tutta la vicenda: sono molti i nodi ancora da sciogliere attorno a questa vicenda italo-etiope.

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