Arabia Saudita: pronta ad eseguire 50 condanne a morte. Ali al-Nimr rischia la crocifissione

A man is executed by hanging just west of the capital Kuwait City on April 1,2013. Authorities in Kuwait hanged three convicted murderers, a Pakistani, a Saudi and a stateless Arab, in the first executions in the Gulf state since May 2007, the ministry of justice said. AFP PHOTO/YASSER AL-ZAYYAT        (Photo credit should read YASSER AL-ZAYYAT/AFP/Getty Images)

Ali al-Nimr (21 anni) sarà decapitato e crocifisso. Il giovane, arrestato nel 2012, è accusato di sommossa, incitamento alla rivoluzione contro il re e possesso di armi. Questi "reati" li ha confessati sotto tortura e, secondo quanto riportato dall'Ong britannica Reprieve, la sentenza del tribunale potrebbe essere applicata a breve.

Per Ali, si sono mobilitate molte organizzazioni, tra cui Amnesty International. Ma le numerose petizioni di grazia, rivolte al sovrano Salman bin Abdulaziz, difficilmente troveranno udienza. E poco importa al governo saudita che il condannato, all'epoca dei fatti che gli sono contestati, avesse meno di 18 anni.


A rendere ancora più complessa la posizione di Ali, che non ha ricevuto alcuna assistenza legale nel processo, è il suo albero genealogico. Il ragazzo, infatti, è nipote di un illustre imam sciita, Shaykh Nimr Baqr an-Nimr, oppositore della monarchia sunnita-wahhabita. Per il suo attivismo fu messo in carcere e decapitato nel 2011, quando erano appena deflagrate le rivolte della cosiddetta Primavera Araba.

Riad ha ottenuto da poco la nomina a presidente consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani di Faisal bin Hassan Thad, probabilmente attraverso uno scambio di favori politici con il governo di Londra. Tuttavia, continua a sostenere che questo genere di esecuzioni sono in linea con il messaggio del Corano e che servono a stroncare il terrorismo.

Come dichiarato però da James Lynch, vicedirettore di Amnesty Interntional nel Medio Oriente e in Nord Africa, "è chiaro che le autorità saudite stanno usando la maschera del contrasto al terrorismo per sistemare questioni politiche" . E la stessa Amnesty ieri ha denunciato che nella monarchia del Golfo: "oltre 50 persone sono a elevato rischio di esecuzione imminente a seguito di notizie riportate dalla stampa nazionale filogovernativa secondo le quali saranno presto messi a morte in un solo giorno".

Tra i condannati, figurano diversi sauditi sciiti, arrestati durante le proteste anti-governative. Ci sarebbero soprattutto diversi cittadini di Awamiya, ubicata nella zona orientale del regno e, da tre anni, centro delle protese contro la monarchia. Qui la minoranza sciita ritiene di essere oggetto di pesanti discriminazioni, mentre il governo la accusa di avere sostenuto rivolte nello stato del Bahrein e di avere organizzato attacchi contro le forze dell'ordine.

L'occidente, intanto, non sembra interessato a disturbare gli interessi del paese, suo storico alleato in Medio Oriente. Proprio ad inizio mese, la Rete Italiana per il Disarmo, Amnesty International Italia e l'Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza avevano chiesto a Matteo Renzi, che si è recentemente recato a Riad, "di porre fine all'invio di sistemi militari alle forze armate saudite" (impegnate nel conflitto Yemen) e "una chiara presa di posizione sulle violazioni dei diritti umani". Ma il Presidente del Consiglio ha preferito concentrarsi su questioni puramente economiche.

La monarchia, per parte sua, continua a sostenere che gli oppositori politici sono legati alle reti del terrorismo internazionale. Ma come ha anche spiegato recentemente Kamel Daoud, sul New York Times, lo jihadismo "ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma anche un padre: l’Arabia Saudita e la sua industria ideologica.".

Il wahabismo (movimento messianico nato nel diciottesimo secolo, che vuole restaurare un califfato intorno a la Mecca e Medina) imperante in Arabia Saudita, è ideologicamente (e non solo) connesso ad al Qaida e all'Isis. Con queste forze, che possono ledere il potere della casa regnante, però non è possibile entrare apertamente in conflitto. E' stato infatti lo stesso clero saudita a dare giustificazione "morale" e politica agli islamisti.

Dunque, conclude Daoud, "a trovarsi in trappola è la famiglia reale che, indebolita da regole di successione dinastica [..], si aggrappa all’ancestrale alleanza tra re e religiosi. Il clero saudita produce l’estremismo islamico che minaccia il paese ma che assicura anche la legittimità del regime".

A questo, poi, si deve sommare l'annosa guerra "fredda" con Teheran, che è in corso dai tempi della rivoluzione sciita del 1979. Ed è in questo consenso che vanno inquadrate le ambiguità del regime saudita nel conflitto siriano e anche le condanne a morte degli abitanti di Awamiya.

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