Pappalardi grida la sua innocenza: "Non sono stato io". Ma il supertestimone lo incastra

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Ieri Filippo Pappalardi , come avevamo già scritto, si è presentato davanti al gip. Chi lo ha visto ha detto che aveva lo sguardo spento e che sembrava angosciato. Si è presentato davanti al gip ed è scoppiato a piangere. Potremmo anche dire finalmente, visto che altri testimoni hanno affermato di averlo visto del tutto normale non appena appresa la notizia del ritrovamento dei cadaveri di Ciccio e Tore.

«Sono innocente», rinchiuso nel carcere di Velletri dallo scorso novembre con l’accusa di aver ucciso i figli. Gli inquirenti - scrive il Giornale - sono convinti che proprio la sera in cui sono svaniti nel nulla li abbia incontrati in piazza delle Quattro fontane e li abbia caricati in macchina. Ma lui nega: «Magari li avessi trovati, a quest’ora sarebbero ancora vivi».

L’interrogatorio è andato avanti per quasi tre ore, alla presenza del sostituto procuratore Antonino Lupo e dell’avvocato Angela Aliani, che ha chiesto la scarcerazione. Domande e risposte per fare luce sui punti oscuri di un’inchiesta divenuta traballante dopo il verdetto dell’autopsia, che ha chiarito le fasi della tragedia: i fratellini non sono stati picchiati, il più grande è morto per le lesioni riportate nella caduta, l’altro si è spento dopo una tremenda agonia lunga due giorni. Ma secondo la Procura il quadro accusatorio regge, e così nei giorni scorsi gli inquirenti avevano già dato parere negativo alla scarcerazione.

Il Corriere invece si occupa del supertestimone, un ragazzino che sembra essere convinto della sua verità e che presto verrà riascoltato dai giudici. E' sempre parso molto sicuro di sè e non ha mai dato adito agli inquirenti di dubitare delle sue affermazioni.

Il pubblico ministero chiede spiegazioni a Pappalardi su una frase che ancora una volta riguarda il supertestimone. Dice la procura: il 7 luglio 2006 alle 6.25 del mattino l'uomo sta andando in auto da solo verso il tribunale di Bari per essere interrogato proprio sui suoi spostamenti la sera del 5 giugno. Si lascia scappare una frase: «In mezzo all'arco stava… proprio il figlio di quello, quella sera…». E ancora, piangendo: «Ragazzi lasciatemi perdere». «Non è quello che ho detto, avete sbagliato a capire», si è difeso ieri Pappalardi. «In quella frase parlavo di un giornalista, il suo nome può essere scambiato con l'arco (l'arco è vicino alla piazza delle quattro fontane ed è il punto dell'incontro con il supertestimone, ndr) e anche quando dicevo di lasciarmi stare, lo dicevo ai giornalisti».

Il suo «nemico» d'inchiesta, il ragazzino testimone,

settimana prossima sarà risentito davanti alla difesa di Pappalardi. La procura è sicura che confermerà ogni punto: «È una roccia, non si è mai contraddetto, ha sostento anche un confronto a testa alta». Lui è impossibile da avvicinare, protettissimo da famiglia e amici. Chi li conosce dice che non è paura. Perché la «roccia» ripete che «io non ho paura di dire la verità».

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