Tibet, anche Sarkozy potrebbe boicottare le Olimpiadi di Pechino

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UPDATE 27 marzo ore 17.30:Il Tibet non è libero” hanno urlato alcuni monaci davanti alle telecamere dei 26 giornalisti portati in visita a Lhasa dalle autorità cinesi. I monaci hanno anche detto di essere prigionieri nei templi dal 10 marzo, data di inizio delle proteste, e che uno di loro sarebbe addirittura morto di fame per la mancanza di rifornimenti. Subito è intervenuta la polizia che ha isolato l'area e allontanato i giornalisti.

Ieri, intanto il presidente americano George W. Bush ha avuto un colloquio telefonico con il presidente cinese Hu Jintao, dicendosi preoccupato per la situazione in Tibet. 

 

In Tibet, secondo l'agenzia ufficiale cinese Xinhua, la situazione sarebbe tornata sotto controllo dopo le proteste e le manifestazioni dei giorni scorsi. Oltre 600 persone si sarebbero costituite e le autorità cinesi annunciano l'intenzione di “intensificare l'educazione patriottica” nei monasteri tibetani.

Ma a cinque mesi dall'inizio dei Giochi Olimpici, Pechino rimane oggetto di critiche da parte dell'intera comunità internazionale.

Dopo il gesto di protesta di due esponenti di Reporters sans Frontières, che hanno sventolato una bandiera in cui i cerchi olimpici erano sostituiti da manette alla cerimonia di accensione della fiaccola a Olimpia, in Grecia, continua il dibattito sull'opportunità di boicottare le prossime Olimpiadi.

Ieri il presidente francese Nicolas Sarkozy ha messo in discussione la sua presenza alla cerimonia inaugurale per protestare contro la repressione in Tibet. “Non chiudo la porta a nessuna opzione – ha detto - mi appello allo spirito di responsabilità dei leader cinesi”.

Anche sulla rete si moltiplicano i punti di vista: Cindia spiega le ragioni economiche per le quali il boicottaggio delle Olimpiadi cinesi non ci sarà, Aspettando Pechino 2008 riporta le opinioni della blogosfera, Crisis e Come se fosse sport propongono delle alternative, il Ratto di Sabina è contrario al boicottaggio dei capi di stato, mentre Vittorio Pasteris riprende la proposta di Vittorio Zambardino: i giornalisti si giochino l'accredito ponendo la condizione di poter raccontare da subito ciò che succede davvero nelle aree di crisi.

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