“Il Tibet non è libero”, tattiche dei monaci per sensibilizzare il mondo

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Quei monaci non saranno puniti” dichiara il vice presidente della Regione Autonoma Tibetana, il governo locale controllato dalla Repubblica Popolare, “ma quello che hanno affermato non è vero”.

Si riferisce ai monaci che ieri hanno messo in grave imbarazzo le autorità cinesi raggiungendo i  giornalisti stranieri invitati a Lasha per una visita guidata e raccontando la loro verità. “Il Tibet non è libero” hanno urlato, denunciando poi di essere prigionieri nel tempio dall'inizio delle proteste.

Aspettando Pechino 2008 riporta il video del gesto dei monaci. Bruno14 commenta: “Il Tibet sarà normalizzato con una repressione brutale e pochi testimoni. Come per la normalizzazione cecena o quella birmana o Tienanmen. Il business sopra tutto, i diritti umani ed i bisogni sociali delle persone possono attendere tempi migliori”. Sale del mondo riporta la testimonianza di un ragazzo diciannovenne imprigionati nelle carceri tibetane. 

Il Giornale riporta la testimonianza di due dei giornalisti testimoni dell'imprevista ribellione dei monaci: Callum McCleod, corrispondente da Pechino di Usa Today e il corrispondente dell’Associated Press, Charles Hutzler.

Intanto nella capitale tibetana le porte dei monasteri buddisti rimangono chiuse. “E' difficile dire quando riapriranno – affermano fonti governative locali - è una questione che va al di là dei nostri poteri”. Vale a dire che la questione è gestita direttamente da Pechino.

Da Dahramsala il Dalai Lama lancia un nuovo appello, in cui chiede al governo cinese di aprire un “dialogo significativo” per risolvere in maniera pacifica la crisi in corso in Tibet. 

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