La sicurezza è un concetto relativo: come si vive a Mosul

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di Tiziana Prezzo

Tutto è relativo nella vita: anche il concetto di sicurezza. E' tutta una questione di parametri, di confronti. Il Nord dell'Iraq è più sicuro che il resto del Paese, questo è certo. Ma per certi versi il Kurdistan è più insidioso, perché il livello di attenzione è relativamente più basso è la gente è più spinta a guardare avanti, a fare affari, a girare per le strade, assumendosi a volte dei rischi.

C'è Kurdistan e Kurdistan. C'è il Kurdistan di Erbil, dove si sta assistendo a un vero boom edilizio e dove è palpabile l'ansia di mettere le mani sugli appalti prima che arrivino altri (a dispetto di un'infinità di problemi e di una corruzione, mi hanno confessato alcuni imprenditori, dilagante), ma basta spostarsi di poco, arrivare fino a Mosul (a un'ora e mezza da Erbil), che già l'atmosfera cambia di molto e quel fragile senso di tranquillità che si respira ad Erbil, qui scompare e si trasforma in inferno.

Di nuovo, è una questione di confronti, perché Mosul non è Bagdad, e non di meno qui le autobombe continuano a esplodere: solo che non è un fenomeno quotidiano come nella Capitale ma diluito nelle settimane.  Se non per stretta necessità, il traffico, la folla la eviti; l'ansia e l'inquietudine di trovarsi bloccati in un ingorgo è impossibile da nascondere, specie se non sei abituato a vivere in questa città che sorge sul Tigri.

Ad Erbil come a Mosul le chiese sono protette da gente armata, ma è a Mosul che è stato ucciso il vescovo caldeo. Qui, il giorno stesso del mio arrivo nel Paese, una collega irachena è stata ammazzata.

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