Nones e Kehrer tornano in Italia: " Abbiamo visto morire Unterkircher"

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Abbiamo seguito con il fiato sospeso la vicenda dei due alpinisti altoatesini bloccati da dieci giorni sulla parete Rakhiot del Nanga Parbat, finalmente sono salvi. Il loro capo spedizione Karl Unterkircher però non ce l'ha fatta. E' stato risucchiato da un crepaccio dopo un volo di 15 metri. Scrive Kay Rush, curatrice di Rush Hour, era uno dei più grandi alpinisti italiani del momento. 

I due superstiti Walter Nones e Simon Kehrer, visibilmente stanchi e provati dalla fatica, raccontano in videoconferenza con l'Italia la tragedia di Karl, dice Kehrer: "La neve era molle, Karl andava piano perchè sprofondava fino a sopra le ginocchia, ad un certo punto non lo abbiamo più visto. Ha fatto un volo di quindici metri e sopra gli è andata tanta neve" e continuano: "Abbiamo scavato con le mani nella neve fresca e lo abbiamo trovato quasi subito, purtroppo però abbiamo visto che non c'era già più nulla da fare". Un'incidente, un'imprevisto, racconta Nones: "la neve si è aperta come un libro" e Karl è stato travolto all'improvviso da "tonnellate e tonnellate di neve... In un secondo solo".

Chiarisce alla Gazzetta dello Sport Nones che durante la spedizione alpina non erano legati: "Prima della spedizione avevamo preso questa decisione, tutti e tre assieme. Ci si lega soltanto nei tratti più duri, come nei primi 2000 metri che erano molto tecnici. Se fosse successo in un punto difficile te ne saresti fatto una ragione... Ma dove ci sembrava facile ognuno era responsabile per sé" e continua Kehrer: "A volte si prendono decisioni che non sai dove portano. Io penso che sia giusto non legarsi nella maggioranza dei casi. Anche se può sembrare brutto da dire. Comunque se fossimo stati legati, saremmo stati più vicini e adesso i morti forse sarebbero tre. Perché quella massa di neve che è caduta avrebbe travolto tutti e tre"

Una tragedia che lascia senza parole, attoniti: si evince che gli alpinisti vivono di passione, condivisione e speranza. Walter e Simon, hanno dato l'addio a Karl Unterkircher ponendo il piatto in sua memoria sul monumeto di Hermann Buhl (nella foto). Il corpo di Karl rimarrà lassù sul Nanga Parbat: è troppo pericoloso recuperarlo.

Toccante il ricordo dell'amico Ivo Rabanser su planetmountain: "Visse la sua passione per la montagna in modo imperioso, senza mezze misure. Puntando dritto a quelli che erano i suoi obiettivi. Nelle Dolomiti tracciò una serie di prime ascensioni senza mai forare la roccia. Ma le sue velleità erano rivolte sempre più verso l'alta quota. La professione di Guida Alpina gli permetteva di passare buona parte del tempo nell'ambiente che gli si era rivelato più congegniale e dove aveva potuto trovare la sua vera altezza".

Non mancano le polemiche sul salvataggio dei due alpinisti. Fausto De Stefani, asserisce che siamo di fronte a una spettacolarizzazione di una tragedia, una speculazione della montagna, afferma: "I due alpinisti non avevano bisogno di essere salvati, tanto è vero che nella prima comunicazione telefonica con il satellitare avevano lanciato e ribadito l'idea di scendere da soli con gli sci". "Walter e Simon - conclude De Stefani - apparivano come due alpinisti ancora in possesso delle loro forze, e non avevano ancora lanciato alcun sos. Quello accaduto a Unterkircher è un dramma di fronte al quale bisognerebbe rimanere in silenzio" .

Accuse che si sommano a quelle già messe a tacere dalla Farnesina. C'era chi sosteneva che le operazioni di recupero avessero rivestito un alto costo per le casse dello Stato italiano, non sapendo che, chi intraprende queste spedizioni, è assicurato.

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