Birmania, blogger condannato a 20 anni per una vignetta contro il regime

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Dopo poco più di un anno di distanza dalle proteste dei monaci buddhisti che con le loro tonache rosso scuro marciavano contro la dittatura militare presente nel loro Paese, quello stesso regime detiene ancora il potere in Birmania, soffocando ogni tipo di opposizione democratica. E quello stesso potere nei giorni scorsi ha condannato, dopo un'udienza a porte chiuse, ventitré militanti a 65 anni di carcere ciascuno e, scrive Sostenibile, il celebre blogger, Nay Phone Latt, 28 anni, a 20 anni di reclusione.

Il blogger, da tempo nella lista nera della giunta militare per avere diffuso durante la sanguinosa repressione dello scorso anno informazioni preziose sulla reale situazione in Myanmar, sarebbe colpevole di aver offeso un alta carica dello Stato. Spiega Asianews.it che: "Egli è accusato di aver pubblicato sul suo blog una vignetta considerata “offensiva” nei confronti del capo della giunta militare, il generale Than Shwe".

Un appello di solidarietà ai blogger di tutto il mondo è stato lanciato dall'organizzazione Reporters sans frontieres (Rsf) e dall'Associazione dei media birmani (Bma) che si sono detti "disgustati" dalla condanna del giovane blogger.

Il blogger è stato giudicato insieme a quattro membri della Lega nazionale per la democrazia della premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi e ad un poeta che è stato condannato a due anni di carcere. Sono condanne terribili, assurde, grottesche, scrive Asiaedintroni, comminate in assenza di qualsiasi garanzia legale senza avvocati né testimoni.
 
A rivelare la terribile notizia l'agenzia France Presse che ha ottenuto la "soffiata" da un portavace del partito di opposizione.

Piero Fassino, inviato Ue per la Birmania-Myanmar, ha così commentato a YouDem: "Queste notizie così drammatiche dicono come la situazione continui ad essere critica. Nonostante l'impegno dell'Onu, dell'Ue, dei Paesi asiatici, la giunta militare birmana resiste alle richieste di dialogo con l'opposizione" e ha sottolineato: "Ma in ogni caso non dobbiamo rassegnarci". 

Un episodio questo che solleva il problema della libertà di espressione e ricorda sia la censura dei blog in Turchia, come segnala Coseturche sia la mobilitazione (Freekareem) che vi fu per il caso del blogger egiziano Kareem Amer  condannato nel 2006 a quattro anni di carcere per avere criticato nel suo blog il presidente egiziano Mubarak e le autorità islamiche e che ora è ancora in carcere. 

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