Giornalismo on demand, nasce Dig-It: l'inchiesta online funziona? Parlano Andrea Franchini e Roberto Marino

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Al termine del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia (scrivete a Joshua Evangelista, curatore di Reporters, se volete inviare foto o raccontare la vostra esperienza), vi segnaliamo la nascita di un nuovo spazio online d'inchiesta e approfondimento: è nato Dig_it, il primo sito italiano di giornalismo on demand in cui "i lettori diventano editori, decidono e sostengono finanziariamente le inchieste e i servizi da pubblicare". Dig it come Digit, digitale.

Leggiamo sul sito: "Dig-It  propone inchieste giornalistiche, l'utente della Rete decide se sono interessanti e le "compra". Ogni inchiesta o reportage ha un suo costo che viene dunque pagato dagli utenti. Dig-It propone temi, ma soprattutto accoglie e rilancia proposte: l'utente suggerisce un'idea, se questa piace agli altri utenti che sono disposti a pagare per far partire il lavoro, il lavoro parte. L'utente non acquista un prodotto deciso e confezionato da altri: il Direttore di Dig-It è la Rete, l'Editore di Dig-It è la Rete".

Un'idea innovativa già decollata con Spot.us e ignorata dai grandi gruppi editoriali italiani che ristagnano nel solito range di notizie e perdono progressivamente il coraggio dell'inchiesta.

Abbiamo intervistato Roberto Marino (RM), art director e responsabile del progetto, e il direttore Andrea Franchini (AF), già vicedirettore de Il Giorno e consulente editoriale de L’Indipendente.

Come è nato il progetto di Dig-It?

RM: Cercando di capire in che direzione si sta muovendo la comunicazione. A questo si aggiunge una grande voglia di giornalismo vero e la consapevolezza di vivere il passaggio a una comunicazione multimediale, in cui lettore, blog e sharing sono l'innovazione.

Nessuno in Italia ha osato chiedere ai lettori di finanziare articoli online, nemmeno i grandi editori italiani. Perché?

RM: Questa prospettiva è al di fuori delle loro logiche di mercato. Il nostro modello è innovativo, risparmia sui costi e rende imprescindibile il concetto di responsabilità. Saranno le piccole comunità e non le grandi organizzazioni a fare le leggi della nuova economia.

Pensa che i lettori italiani siano disposti a pagare per un reportage in Rete?

AF: Noi lo speriamo. Anzi, ci crediamo proprio. 

Qual'è la conditio sine qua non per una buona inchiesta da pubblicare sul web?

AF: Le stesse di qualsiasi inchiesta giornalistica, ma senza scordare il "mezzo" che è la Rete. Chiediamo articoli, filmati, audio e link. La multimedialità è l'essenza del nuovo giornalismo online. I social network dovrebbero agire da cassa di risonsanza.

A chi vi siete ispirati?

RM: Mentre ragionavamo sulla nostra idea, è andato online il sito Spot.us. Proprio ciò che volevamo fare. 

Quante proposte avete ricevuto fino adesso? 

AF: Tantissime. Sia dai nostri colleghi che da altri cittadini non giornalisti.

Sarete finanziati anche da sponsor? 

RM: Ce lo auguriamo. Al momento non ce ne sono. 

Quali sono i vostri obiettivi in termini di numeri e profitti?

RM: Il nostro unico obiettivo era di lanciare un modo diverso per connettere l'informazione ai suoi utenti. Il denaro che riceviamo per finanziare una inchiesta serve per pagare chi la produce, il 10% copre i costi generali, il resto dovrebbe arrivare con la pubblicità, certo siamo una startup e non siamo una onlus. 

Quale sarà la diffusione degli articoli oltre alla pubblicazione sul sito?

AF: Non dipende da noi. In futuro vorremmo stringere alleanze con gruppi editoriali grandi o piccoli, da cui potrebbe scaturire un doppio circuito che unisce Rete e carta.

Work in progress. Noi, intanto, teniamo gli occhi puntati. 

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