Delitto Melania Rea: Parolisi in carcere, ricorso respinto

Parolisi era stretto tra due fuochi, la moglie e l'amante. Determinante il dna dell'uomo trovato nella bocca della moglie Melania Rea, Parolisi avrebbe agito da solo.

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Salvatore Parolisi resta nel carcere teramano di Castrogno. Il Tribunale del Riesame de l'Aquila ha respinto la richiesta dei suoi difensori che chiedevano la scarcerazione del caporalmaggiore. Secondo i giudici, non c'erano infatti novità nel quadro indiziario che aveva portato all'arresto di Parolisi, lo scorso 20 luglio, per l'omicidio della moglie Melania Rea.


La donna era scomparsa il 18 aprile scorso da Folignano, in provincia di Ascoli Piceno, ed era stata ritrovata morta - uccisa da 32 coltellate - il 20 aprile in un bosco di Ripe di Civitella del Tronto, nel teramano.

Per gli avvocati di Parolisi, però, la battaglia legale non è ancora finita: faranno ricorso alla Corte di Cassazione: "Rispettiamo la decisione del Tribunale e attendiamo di conoscere le motivazioni, che esamineremo con attenzione. I giudici non hanno mostrato molto coraggio e hanno finto di non vedere". Al collegio dei difensori le motivazioni del Tribunale verranno spedite via fax. Al momento dell'ordinanza, infatti, nè i legali nè Parolisi erano presenti in aula.


I giudici, nelle 23 pagine in cui hanno respinto il ricorso di Parolisi, scrivono: "Parolisi si trovava stretto tra due fuochi, la moglie e l'amante Ludovica Perrone. Melania lo umiliava: gli aveva perdonato il tradimento, ma pretendeva che lui troncasse la relazione con l'amante. Non solo: non si può nemmeno trascurare che in una situazione come quella del Parolisi, con uno stipendio da sottufficiale dell'esercito, la separazione della moglie casalinga senza attività lavorativa, e con una figlia piccola da mantenere, avrebbe comportato per lui una situazione economica estremamente difficile". Determinante una prova a carico di Parolisi: tracce del suo dna trovate nell'arcata dentaria della moglie: "Il contatto da cui deriva tale presenza deve essere necessariamente fatto risalire a pochissimo prima della morte, poiché altrimenti atti quali il mangiare, il bere o anche il deglutire saliva avrebbero potuto far sparire quelle tacce". Quindi, proseguono i magistrati del Riesame, Melania Rea è morta in quel bosco durante un momento di "estrema confidenza" e "intimità" con il suo assassino. "La donna, prima di essere uccisa - rileva ancora il giudice - aveva i jeans, i collant e le mutandine "volontariamente" abbassate". "L'indagato, se rimesso in libertà, può ancora inquinare le prove" scrivono nell'ordinanza i giudici. Che smentiscono pure la presenza di complici: Salvatore Parolisi avrebbe agito da solo, incidendo lui stesso sulla carne della vittima una svastica e una croce di Sant'Andrea. Infine, sempre Parolisi avrebbe conficcato nel seno di Melania Rea una siringa usata dai drogati.

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