Amnistia subito: 48esimo suicidio in carcere

Ieri, nel carcere della Dozza, a Bologna, c'è stato il 48esimo suicidio dall'inizio dell'anno. Gli istituti di pena sono al collasso. Un gruppo di cittadini si trova ogni 15 giorni davanti a diverse carceri italiane per chiedere l'amnistia.

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Ieri, un dominicano di 31 anni si è impiccato con i lacci delle scarpe alle sbarre della finestra della sua cella, nel carcere bolognese della Dozza. E' il 48esimo dall'inizio dell'anno. E' la drammatica cartina al tornasole della situazione, ormai al collasso, di molti istituti di pena. Il gruppo Riforma della giustizia ha creato un evento in rete, da riproporre ogni 15 giorni, simultaneamente, in diverse città italiane: in presidio davanti alle carceri, per chiedere l'amnistia, per denunciare le condizioni disumane di migliaia di detenuti. A Milano, si sono ritrovati in piazzale Aquileia, davanti alle mura di San Vittore: parenti di reclusi, cittadini simpatizzanti, ex agenti penitenziari e rappresentanti dell'associazione dei radicali meneghini intitolata a Enzo Tortora, armati di striscioni, cartelloni e megafono per invocare "amnistia subito", Amnistia non sono animali liberateli.

L'amnistia, per chi non lo sapesse, è un provvedimento di clemenza che estingue sia il reato che la pena. L'ultima concessa in Italia è datata 1990, solo per reati con pena detentiva fino a 4 anni, non finanziari. 22  anni dopo "la situazione è catastrofica", tuona Antonella D'Agostino in Vallanzasca che di carcere ne sa qualcosa. "Li pratico di 40 anni ma penso che una situazione così disastrosa non si è mai verificata. Mancano i fondi. E la polizia penitenziaria è ancora più stanca di noi: fanno dei turni pazzeschi, non prendono gli stipendi. Questa volta si è toccato veramente il fondo. E poi i suicidi! I suicidi di questi ultimi anni sono una cosa allucinante".


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Il sovraffollamento è solo uno dei tanti problemi delle case di reclusione. "Non c'è più niente", continua veemente la D'Agostino, "non c'è più nessuna forma di assistenza, non ci sono i medicinali, non ci sono i medici, non ci sono gli agenti. E' una realtà che è diventata insostenibile a tutti i livelli. Ti pare bello che in una Poggio Reale" (carcere di Napoli, n.d.r.) "una mamma e dei bambini devono andare alle 5 del mattino per poter entrare alle 9 per 1 ora di colloquio. Ma neanche in Africa. E' una situazione veramente imbarazzante"

Anche a Milano ci sono mamme come quella di Poggio Reale. Maria ha 3 figli. Suo marito è stato condannato a 4 anni per spaccio. Da 3 è detenuto. "E' molto difficile mandare avanti la famiglia senza di lui. Io lavoro ma non arrivo a fine mese con 3 bambini e un detenuto da mantenere. Io gli verso 400 euro al mese, ne guadagno 600. Mi aiutano i miei. Per fortuna adesso è a San Vittore, prima stava a Viterbo. Ogni volta che andavo a trovarlo erano soldi. Ho fatto molta fatica". In carcere, il marito di Maria "si trova malissimo: sovraffollamento, nessuno che li ascolta questi ragazzi. Stanno male. Penso che dovrebbero dargli una pena alternativa al carcere, per questi reati minori".

Anche il marito di Miriam, 28 anni lei, 40 lui, è a San Vittore. Hanno 3 figli piccoli. "Lui era agli arresti domiciliari. Sono venuti a casa, hanno trovato 0,4 grammi di fumo e gli hanno fatto subito la revoca degli arresti domiciliari". Deve scontare 10 mesi. "E' dentro da 1 mese e qualche giorno. Lo vedo che non sta bene, perché il carcere fa schifo. Dorme per terra, gli passo per mangiare perché il carrello fa vomitare e secondo lo Stato un detenuto gli costa 115 euro al giorno". Ai suoi bambini ha detto dove si trova il padre, "li porto spesso, soprattutto il più piccolo perché sente la sua mancanza. Anzi, ha avuto una crisi isterica quando l'hanno arrestato. Devo far saltare la scuola ai miei figli per portarli qua". Non è la prima volta che il marito di Miriam finisce dietro le sbarre "ma si era comportato bene agli arresti domiciliari. Era già da 8 mesi agli arresti. Aveva il permesso di uscire 2 ore al giorno e avevamo concordato l'orario in modo che andasse a prendere i bambini a scuola mentre io ero al lavoro. Per una cavolata del genere l'hanno rinchiuso. Più che altro è molto arrabbiato, adesso". Per star dietro ai figli e ai colloqui con il marito Miriam ha perso il posto e adesso si arrangia con dei lavoretti saltuari. E' sfiduciata. "Penso che non cambierà mai niente. Più andiamo avanti, peggio è".

I mariti di Maria e Miriam potrebbero essere amnistiati? "Gli organi competenti scrivono 4 righe su un computer e sanno benissimo a chi dare l'amnistia", commenta Antonella D'Agostino. "Ci vogliono 5 minuti. Certo, non possono dare l'amnistia a uno che hanno arrestato ieri, che ha stuprato o ammazzato un altro". Comunque, "da voci che ho sentito pare che già nelle matricole si stanno approntando delle mappe per vedere a chi tocca e a chi non tocca". E una volta fuori, gli ex detenuti, soprattutto in tempo di crisi, cosa fanno? "Molti che hanno già delle cooperative, delle comunità, si stanno già attivando per creare dei nuovi posti di lavoro perché, effettivamente, non si possono mandare allo sbaraglio", continua la D'Agostino. "Secondo le statistiche, solo una piccola parte di quelli che escono dal carcere commettono di nuovo reati. Se trovano lavoro, anche un'occupazione da guadagnare poco, nessuno più ritorna in carcere".


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Tra le magagne degli istituti di pena, c'è anche la detenzione per i tossicodipendenti. "Sarebbe da abolire", continua Antonella D'Agostino. "Io li manderei direttamente nelle comunità dove si possono disintossicare. Qui cosa fanno, vivono come gli animali. Sono ammucchiati tutti lì. Li rimpinzano di metadone e non risolvono niente. Anzi, non so se ci sono i soldi per i metadone". Non tutte le case di reclusione, però, sono in condizioni pietose. "Bollate è un esempio di civiltà. Perché le altre carceri non possono diventare come Bollate? I detenuti di Bollate sono delle persone che quando escono hanno un altro punto di vista. Non escono assatanati come quando escono da Poggio Reale. Se hanno una vita più civile all'interno sono meno agguerriti quando escono". E anche gli agenti penitenziari lavorano meglio. "Incominciano a esserci suicidi anche tra di loro perché sono allo stremo del sistema nervoso".



Nella è stata agente penitenziario per 35 anni tra Opera e San Vittore. "La situazione in carcere è migliorata dal punto di vista dei permessi e delle liberazioni anticipate ma sono più affollati, in 3 mq stanno in 5/6 persone magari di nazionalità diverse, con culture e mentalità differenti e la convivenza diventa molto difficile". Il 65% dei detenuti è straniero. L'amnistia, secondo Nella, "ci vuole per il bene della società e dei detenuti senza giusta causa e ce ne sono tantissimi in attesa di processo". Il carcere, in teoria, dovrebbe avere una funzione educativa, invece è "punitivo. Non li rieduca. Non tutti possono lavorare, frequentare i corsi. Escono e sono incattiviti".

"San Vittore è molto antico", continua Nella. "funziona meglio perché ha più contatti con l'esterno ma andrebbe ristrutturato". Anche lei è d'accordo con Antonella D'Agostino sui tossicodipendenti: "dovrebbero portarli in strutture adatte, dove gli danno un obiettivo, dove lavorano tutto il giorno e alla sera sono talmente stremati ma contenti di aver fatto qualcosa di utile che neanche la vogliono la terapia. E risparmierebbe anche lo Stato". In più di un'occasione Nella aveva sperimentato questo metodo tra le mura di San Vittore, ottenendo buoni risultati.

"Fare l'agente penitenziario è duro, soprattutto per una donna ma devi mantenere la tua femminilità, devi essere sempre te stessa. Le detenute mi hanno sempre accettato per come ero. La divisa ti dà un senso di mascolinità, tante si atteggiano. Tanti cambiano perché non sono preparati". A proposito dell'incremento dei suicidi tra i suoi colleghi, "sono deboli mentalmente, che vivono in caserma e non hanno un altro mondo. Sono più cattivi, più arrabbiati, invecchiano prima. Io uscivo contenta dal lavoro perché avevo regalato un sorriso e risolto dei problemi ma a casa avevo la mia famiglia, i miei hobby e con quelli ti ricarichi. Hai a che fare con situazioni tragiche tutti i giorni, che ti toccano dentro. Devi essere sensibile ma non devi farti coinvolgere troppo. Io piangevo ma non mi facevo vedere. Ho sempre fatto questo lavoro con grande umanità e rispetto per le persone perché ricordiamoci che sono persone, anche se hanno sbagliato, non sono il che devo giudicare".

(Photocredit: Archivio personale)

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