Piazza Fontana: dopo 43 anni ricordare stanca

Il 12 dicembre 1969 è il giorno in cui Milano e l'Italia persero l'innocenza. Qualcuno ha definito la strage di piazza Fontana il nostro 11 settembre. L'importanza di continuare ad avere memoria, anche se faticoso.

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Ormai, lo sanno quasi tutti cos'è successo il 12 dicembre 1969, in piazza Fontana. Lo scoppio della bomba alle 16.37, l'odore di mandorle amare, i corpi straziati, le ambulanze con le ruote piene di sangue, gli anarchici deportati a frotte in Questura, Giuseppe Pinelli che segue la macchina del commissario Calabresi, con il suo motorino. La foto del salone centrale della Banca nazionale dell'Agricoltura dilaniato dall'esplosione, simbolo della madre di tutte le stragi. Dopo 43 anni, ricordare stanca, ma è necessario.

E' necessario perché ci si deve accontentare di una verità storica, senza una verità giudiziaria, archiviata nel 2005, dopo 33 anni di processi, con nomi e cognomi dei responsabili ma nessun colpevole. E la beffa delle spese processuali a carico dei familiari delle vittime. E' necessario perché si parla di segreto di Stato e di Stato deviato ma non si è, ancora, capito perché ci siano segreti così inconfessabili e dove sia questa deviazione. E' necessario perché dopo 43 anni ci sono infinite domande senza risposta.

Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti, sono le 17 vittime della strage, che nel suo tragico bilancio conta, anche, 88 feriti. Sopra loro nomi incisi nella pietra, svetta, inquietante, nel buio dicembrino, l'insegna luminosa, a caratteri cubitali, della Banca nazionale dell'Agricoltura. Come se gridasse ai milanesi che attraversano la piazza distratti.

"I nostri morti sono solo un numero", ripete spesso Carlo Arnoldi, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime, invece dovrebbero essere storie, imparate a memoria da tutti. "Mi sono sentito dire: dopo così tanto tempo cosa volete ancora?", sottolinea Paolo Silva, la risposta è un semplice diritto inalienabile di ogni essere umano, la verità. La stessa che ha cercato Francesca Dendena, in piazza Fontana ogni 12 dicembre, nonostante la pioggia, il freddo o la neve, finché un brutto male non se l'è portata via. Lei che non si dava pace perché "non si può entrare in una banca con le proprie gambe e uscire in una bara". Carlo, Paolo e Francesca erano poco più che adolescenti quando si sono ritrovati figli senza padri.

Come Claudia e Silvia, le figlie di Giuseppe Pinelli, la 18esima vittima di piazza Fontana. Il ferroviere anarchico caduto da una finestra dell'ex ufficio politico della questura meneghina, il 15 dicembre 1969, dopo 3 giorni di fermo illegale. Anche lui non trova pace. Prima gli hanno gettato addosso palate di fango indicandolo come uno dei mostri responsabili della strage; poi gli hanno cucito addosso quel ridicolo malore attivo per archiviarne la morte, senza colpevoli; infine hanno avuto da ridire sulla dicitura della lapide: non si può scrivere ucciso innocente ma morto innocente. Così i marmi sono diventati 2, dirimpetto alla banca. Innocente era innocente, morto è morto e la famiglia, sempre dopo 43 anni, sta ancora aspettando di sapere chi l'ha ucciso, come e perché. Si può, anche, azzardare l'ipotesi che si sia sentito male durante l'ultimo interrogatorio, non per questo andava scaraventato giù da una finestra.

La memoria è una vecchia signora affaticata, che ne ha viste troppe e si trascina lenta ma inesorabile perché tutti ormai sappiano cos'è successo veramente in piazza Fontana. E non quasi.


(Photocredit: archivio personale)

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