Roberto Franceschi: mamma Lydia racconta quella tragica sera, ancora senza colpevoli. Parte terza

23 gennaio 1973: Roberto Franceschi, studente della Bocconi, viene ferito alla nuca da un proiettile sparato da un poliziotto. Morirà il 30 gennaio. Nessuno ha pagato per la sua morte. Sua madre Lydia racconta questi 40 anni senza di lui. Parte terza

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Roberto Franceschi sarebbe morto un mese e mezzo dopo, il 30 gennaio 1973. "Sono stati 8 giorni di agonia". La sera del 23 gennaio "nessuno osava chiamarmi. Eravamo rientrati da poco e mi telefona un professore di Catanzaro, amico di Roberto. Corri che si è sentito male, l'hanno portato al Policlinico", racconta Lydia.

"Pensavo fosse stato picchiato dai fascisti o una crisi cardiaca. Quando siamo arrivati ci hanno mandati al Padiglione Beretta, non sapevo fosse la rianimazione. L'abbiamo visto gonfio, perché cadendo aveva sbattuto la testa".


"Il giorno dopo abbiamo capito che era in coma profondo. Io ci ho sperato fino alla fine. Stavamo lì giorno e notte. Nessuno ci aveva detto che il proiettile era entrato nella nuca". Con una battuta alla Bukowski, Lydia chiosa "poi, a furia di whisky e tranquillanti si sopravvive".


Ma il suo percorso è stato molto più tortuoso, oltre al dolore innaturale per la perdita di un figlio, "qualcuno te l'ha portato via, ucciso in modo disumano", anche la beffa di un processo farsa, "tutte le bugie, le false testimonianze, la manomissione della pistola, i loro non ricordo come se fosse morto un cane. Ho provato vergogna come cittadina e come italiana, poi mi sono ricordata che Roberto era orgoglioso di essere italiano e, a furia di insegnare la Costituzione, mia figlia Cristina", all'epoca aveva 18 anni, "mi ha preso per mano e mi ha fatto capire che nella vita c'erano ancora lati positivi: i nipoti sono la mia resurrezione".

(Photocredit: Archivio personale)

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