Roberto Franceschi: mamma Lydia racconta quella tragica sera, ancora senza colpevoli. Parte quarta

23 gennaio 1973: Roberto Franceschi viene ferito alla nuca da un proiettile sparato da un poliziotto. Morirà il 30 gennaio. Nessuno ha pagato per la sua morte. Sua madre Lydia racconta questi 40 anni senza di lui. Parte quarta.

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"Per 3 anni", dopo la morte di Roberto, "non c'ero. Noi donne amiamo il figlio prima di sapere chi sia, ce lo portiamo dentro, lo allattiamo. Con lui abbiamo un rapporto carnale, d'amore, intellettuale, di dialogo". E quando te lo strappano "si perde la testa, il cervello si ottenebra completamente, si ha dentro il vuoto e il gelo. Ho passato dei mesi in cui volevo suicidarmi per seguirlo".

Lydia, però, non si è mai domandata "perché lui? Un'altra madre avrebbe passato tutto quello che passato io. Grazie a mio marito, mia figlia e alla scuola sono tornata a essere una persona".


Il 10 maggio 1979 si apre il processo a carico, tra gli altri, di Gianni Gallo e Agatino Puglisi, i 2 poliziotti che 6 anni prima avrebbero sparato a Franceschi. "L'agente Gallo è stato presentato come vittima sacrificale, ci siamo accorti che non era stato lui. Che la rivoltella che ha sparato sia la sua non c'è dubbio. Chi l'ha impugnata? E' la grande domanda (se un superiore te la chiede, tu cosa fai?)".


Chi ha dato "l'ordine di sparare senza motivo"? L'ennesima storia di quegli anni, a partire dalla strage di piazza Fontana, che, a distanza di decenni, urla ancora giustizia e verità, che probabilmente non avrà mai. "Noi non abbiamo una verità storica ma una costruita da noi, attraverso i dibattimenti. Noi ci siamo fatti un'idea di chi è stato, ma ce la teniamo per noi".

Gianni Gallo e Agatino Puglisi sono stati assolti dall'accusa di omicidio preterintenzionale il 18 luglio 1979. "Noi dobbiamo accettare la sentenza di assoluzione per rispetto alla parte della magistratura che ha avuto molto coraggio mentre un'altra parte ci ha boicottato".


Del resto "era la prima volta che la polizia andava in Corte d'Assise. Capisco la perplessità della magistratura. Noi siamo andati al processo già con l'idea che se le prove non avessero giustificato che era Gallo l'assassino, avremmo accettato la sentenza, per rispetto verso Roberto, che non avrebbe accettato la condanna di un innocente".


(Photocredit: Archivio personale)

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