Roberto Franceschi: mamma Lydia racconta quella tragica sera, ancora senza colpevoli. Parte quinta

23 gennaio 1973: Roberto Franceschi viene ferito alla nuca da un proiettile sparato da un poliziotto. Morirà il 30 gennaio. Nessuno ha pagato per la sua morte. Sua madre Lydia racconta questi 40 anni senza di lui. Parte quinta.

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Oggi, qualcuno, come la famiglia Aldrovandi, ha trovato una parvenza di giustizia. "I genitori devono lottare comprendendo quali sono i momenti della giustizia. Il tribunale non può condannare senza prove provate. Non sempre è facile". Il contesto storico è una variabile importante nella piega che prendono gli avvenimenti.

"Negli anni successivi alla morte di Roberto, ho seguito il movimento si poliziotti democratici. Più di una volta gli ho detto: voi non dovete essere sbirri, il braccio armato del potere ma lavoratori di polizia, dovete avere la vostra dignità di persone, dei principi umani".

"Come vengono educati questi ragazzi, che magari vengono da zone disagiate, come vengono preparati? Questo è il punto chiave che noi cittadini dobbiamo domandarci: come viene preparata la polizia?" Sembrava che con il movimento dei poliziotti democratici "qualcosa stesse cambiando, invece siamo tornati ad avere un uso brutale della forza. Perché? Cos'è successo?"


"Quasi un sentimento di antipatia di una classe verso un'alta classe. Avrei voluto fare la preside in una scuola di polizia. Sarei andata in classe con la Costituzione: educare giovani poliziotti a essere uomini e non sbirri, la mia grande risposta allo Stato".

Qualcuno, anche in forma anonima, vi ha chiesto perdono? Lydia ride. "Nessuno mai. Il perdono è dei cittadini, chi detiene il potere non chiede mai perdono".


(Photocredit: Archivio personale)

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