Stupro di gruppo in India: si impicca principale accusato, ma è giallo

Il padre e l'avvocato del 33enne pensano che la vittima non si sia suicidata, ma sia stata uccisa come punizione per il reato commesso.

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E' stato ritrovato impiccato nella sua cella, con un cappio fatto dai suoi vestiti e appeso alla griglia del soffitto: Ram Singh, 33 anni, era il principale accusato di uno stupro di gruppo avvenuto in India ai danni di una giovane studentessa a New Delhi; la ragazza successivamente era morta per le ferite riportate. Il fatto aveva suscitato indignazione non solo in India, naturalmente.


C'è però un giallo sulla morte di Singh. Secondo i genitori e gli avvocati, infatti, non si sarebbe trattato di suicidio. Il padre, Mange Lal Singh, spiega: "L'avevo incontrato in tribunale alcuni giorni fa e mi aveva rivelato che la sua vita era in pericolo. Era stato anche sodomizzato dai suoi compagni di cella". 

Singh era nel carcere di Tihar, alla periferia della capitale. Insieme a lui, altri cinque uomini sono in attesa di processo per lo stupro di gruppo. Il padre della vittima continua nel suo racconto, sempre più convinto che l'impiccagione sia stata una punizione e non un gesto deciso dal figlio: "Non avrebbe potuto compiere l'operazione manuale atta a creare il cappio da solo, in seguito a un incidente stradale non aveva più l'uso di una mano".


Nirbhaya, questo il soprannome (colei che non ha paura) della 23enne violentata il 16 dicembre scorso, era morta settimane dopo l'episodio all'ospedale di Singapore a causa delle ferite riportate. Singh, invece, come riportato da Times Now Tv, doveva rispondere di 13 capi d'accusa. Rischiava la pena di morte, così come i suoi complici. 


Foto | © Getty Images

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