Articolo 36, la nuova testata online dedicata al mondo del lavoro: intervista a Eleonora Voltolina

Il nuovo progetto dopo la Repubblica degli Stagisti, ispirato all'articolo 36 della Costituzione Italiana.

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"Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa": così recita l'articolo 36 della Costituzione Italiana. Che ha ispirato gli ideatori di Articolo 36, una nuova testata online che si occupa di lavoro, di precariato e soprattutto di retribuzioni dignitose.

Ne abbiamo parlato con Eleonora Voltolina, che ha ideato il progetto dopo l'esperienza con la Repubblica degli Stagisti.


Come nasce Articolo 36?


L'idea è nata l'anno scorso da un mio breve intervento al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, in occasione di una presentazione del volume "Giovani senza futuro?" cui avevo contribuito con un saggio a quattro mani con Alessandro Rosina. Lì parlai di fronte al presidente Napolitano dell'importanza dell'articolo 36, quello che sancisce il diritto di ogni lavoratore a ricevere una «retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa», che viene purtroppo molto spesso ignorato nel nostro Paese. Di ritorno dal Quirinale, convinta che quel tema dovesse essere focalizzato con più attenzione e che valesse la pena di costruirci intorno una testata giornalistica specializzata, registrai il dominio Articolo36.it. Che oggi è finalmente un progetto compiuto, da qualche giorno online.

Avete presentato il progetto al Festival del Giornalismo, com'è andata?


È andata benissimo, anzi meglio di ogni mia più rosea aspettativa. La sala era pienissima, e l'atmosfera era di grande rispetto ed entusiasmo per l'idea e per la linea editoriale presentata. Penso che, di fronte a quel pubblico costituito prevalentemente di giornalisti precari, un aspetto significativo sia stato esplicitare che avremmo predicato bene e razzolato bene. Cioè che a differenza di tante, troppe testate online, noi per primi non avremmo sfruttato il lavoro giornalistico, e avremmo previsto - come già facciamo da anni sulla "Repubblica degli Stagisti" - retribuzioni adeguate per i nostri collaboratori. Alla fine della presentazione abbiamo ricevuto tantissimi incoraggiamenti, abbiamo sentito che il nostro progetto aveva fatto breccia. Speriamo ora di conquistare uno per uno nuovi lettori: pensiamo di aver fatto del nostro meglio, il sito è bello, pulito, facilmente navigabile, e inoltre per tutti coloro che si registrano per la prima volta c'è anche un regalo: un bonus di 10 crediti gratuiti, da spendere liberamente per scoprire la qualità giornalistica del sito.

Quanto ha influenzato sul progetto la tua esperienza con la Repubblica degli Stagisti?


Articolo 36 è in un certo senso la prosecuzione della Repubblica degli Stagisti, è lo step two. Con RdS abbiamo messo sotto i riflettori un singolo tema, quello dello stage, che fino al 2007 era ignorato, bistrattato, sottovalutato. Abbiamo posto questo tema all'attenzione dell'opinione pubblica, lo abbiamo sviscerato, abbiamo raccolto denunce e testimonianze, ma abbiamo anche lanciato proposte concrete al mondo delle imprese e a quello della politica affinché intervenissero, perché il tirocinio tornasse a essere uno strumento utile ai giovani e non una forma di sfruttamento, il 'sottogradino del precariato', come tante volte lo ho definito. Dopo 5 anni di Repubblica degli Stagisti, e dopo aver scritto "Se potessi avere 1000 euro al mese", il passo successivo è stato quasi naturale: creare una nuova testata giornalistica che andasse oltre lo stage, e si potesse occupare del mercato del lavoro a 360 gradi, del precariato, delle retribuzioni da fame di molti lavoratori - giovani, ma non solo - nel mondo delle professioni intellettuali e in moltissimi altri settori. Perché ormai purtroppo il sottoinquadramento e le sottoretribuzioni sono all'ordine del giorno in tutti i mestieri. Dunque la Repubblica degli Stagisti continuerà per la sua strada, con il suo lavoro incentrato sul delicato momento di passaggio dalla formazione al lavoro, e Articolo 36 invece si occuperà di tutto il resto: il mare magnum del precariato.

La situazione italiana è ben nota. Si uscirà mai dal problema della giusta retribuzione?


Percepire una giusta retribuzione, prima ancora che un diritto costituzionale, è un principio di buonsenso. Se ai cittadini che lavorano non viene permesso di mantenersi con lo stipendio che ricevono a fine mese, dove si va a finire? Come si potranno mantenere? Come potranno, detta in termini di economia politica, alimentare il mercato interno e i consumi? Oggi in Italia sono le famiglie d'origine, "fortunate" a poter contare su uno stipendio o una pensione decente, a intervenire andando a integrare i magri stipendi di figli e nipoti pagati troppo poco. È quello che viene definito «welfare familiare»: sta salvando l'Italia, eppure la sta allo stesso tempo condannando. Perché questo sistema è gravido di effetti nefasti, blocca la mobilità sociale, impedisce ai meritevoli di emergere, rende impossibile per i giovani la costruzione di un'indipendenza di vita che passi anche dal raggiungimento dell'indipendenza economica, blocca le scelte importanti come l'uscita di casa, il matrimonio, la procreazione. Il welfare familiare è insomma una iattura: ma l'alternativa qual è, se a una così grande fetta di lavoratori vengono proposti stipendi da fame? E sopratutto: che succederà quando i soldi delle famiglie prima o poi termineranno? Il 60% degli italiani sprofonderà in una situazione di povertà, e andrà a fare la fila alla Caritas per mangiare? Si tratta di uno scenario niente affatto fantascientifico. Le scelte che facciamo oggi contribuiscono a consolidare, o a demolire, quello scenario pessimo. Dunque la soluzione è: da una parte fare una battaglia contro gli sfruttatori, che attenzione non sono solo le imprese private ma anche gli enti pubblici, a colpi di buone leggi (senza deroghe!) e di capillari controlli. Dall'altra parte aiutare le imprese: basta con un codice del lavoro complesso, in continuo mutamento, punitivo; basta con tasse e balzelli che mettono in ginocchio le imprese, con la burocrazia cieca, con l'idiozia di istituti - penso per esempio agli studi di settore - incapaci di rimodularsi tempestivamente e di comprendere che in piena crisi le imprese fanno già fatica a sopravvivere, e non è il caso di vessarle. Basta con l'Irap, una tassa demenziale che punisce chi crea posti di lavoro. Solo tenendo insieme queste due direttrici si può sperare di venire a capo del problema. Del resto, non è impossibile: quasi tutti i Paesi occidentali hanno mercati del lavoro migliori del nostro, più meritocratici, più mobili, più equi. Noi abbiamo davvero un sistema malato: è ora di guarirlo.

In occasione della presentazione di Articolo 36 hai detto che è importante che passi il messaggio che "l'informazione online non deve essere gratuita". Come è possibile scalfire l'idea mai tramontata di web=gratuito?


Sono convinta che la gratuità dell'informazione su internet sia la cancrena dell'informazione su internet. E questo per il semplice fatto che la qualità si paga. Il lavoro di un giornalista per la stesura di un articolo ben fatto, verificato, va pagato. E come fa un editore di una testata online a pagarlo, se i proventi della pubblicità online sono miserrimi? Una testata media guadagna dai banner pochi spiccioli: raramente più di 300-400 euro al mese. Con un guadagno tanto basso, come si può pensare di retribuire adeguatamente i collaboratori? Dunque l'editore online si trova di fronte a un dilemma: o sfruttare il lavoro, richiedendo tanti articoli, anche di scarsa qualità, a fronte di una bassa retribuzione; oppure continuare a fare informazione di qualità, ma riducendo drasticamente il numero degli articoli. Questa seconda soluzione comporta però, come conseguenza, una riduzione del numero di pagine prodotte dal sito, dunque di potenziali pagine viste, e dunque una ulteriore contrazione degli introiti pubblicitari per quel dato sito "etico". Un cane che si mangia la coda, insomma. Il circolo vizioso può essere spezzato solamente introducendo una fonte di introiti nuova: e la fonte più naturale è, ovviamente, chi fruisce del servizio. Cioè i lettori che leggono gli articoli online. Ovviamente è uno sforzo immane, far pagare qualcosa che fino a oggi è stato quasi integralmente gratuito: ci vuole un cambio radicale di mentalità, un salto culturale. Noi cerchiamo di lanciare un messaggio: se date valore agli articoli che leggete, se pretendete che siano attendibili e ben scritti, che non siano copincollati da agenzie o comunicati stampa, se giustamente vi aspettate che contengano notizie verificate e originali, allora dovete anche ammettere che ciò che state leggendo abbia un valore. Quando questo ragionamento arriva in porto, la strada diventa in discesa: perché una persona che capisce che l'articolo che sta leggendo è il frutto del lavoro, della professionalità, della competenza di un giornalista - che verrà adeguatamente pagato per la sua prestazione - capisce anche che è giusto pagare quell'articolo. Si tratta di pochi centesimi, attraverso un metodo di acquisto di pacchetti di crediti da pochi euro, da un minimo di 3 a un massimo di 10. Noi speriamo di vincere la sfida: siamo praticamente gli unici in Italia che hanno scelto questa via, tra qualche mese capiremo se siamo folli o se fungeremo da apripista per tanti altri attori del mercato dell'informazione di qualità sul web.

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