Morte di Pantani fu omicidio? La madre chiede di riaprire il caso

La madre del ciclista romagnolo morto nel 2004 chiede che venga riaperto il caso. E intanto si fa strada la tesi secondo la quale al Giro 1999 il suo ematocrito fosse entro i limiti

A quasi dieci anni dal 14 febbraio 2004, il giorno in cui Marco Pantani fu trovato morto all’albergo “Le Rose” di Rimini, Tonina Pantani chiede che venga riaperto il caso. Intervenendo a Mattino Cinque, in onda su Canale 5, la madre del vincitore del Giro e del Tour del 1998 ha chiesto che venga fatta chiarezza su una vicenda che , secondo la famiglia, presenta molti punti oscuri:

Sulla morte di Marco ho ancora tanti dubbi, che vorrei fossero chiariti. Ho letto i faldoni del Tribunale e ci sono scritte cose non vere. Marco non era solo, nel residence di Rimini dove è stato trovato morto: con lui potevano esserci più persone. Ha chiamato i carabinieri, parlando di persone che gli davano fastidio e, dopo un'ora, è stato trovato morto. Nella sua stanza sono stati trovati alcuni giubbotti che aveva lasciato a Milano, dal momento che, quando era arrivato in quell'albergo, non aveva bagaglio. Io chiedo la riapertura del processo, perché voglio spiegazioni e ricevere risposte. Voglio sapere com’è morto. Il mio dubbio più grande è che me lo abbiano ucciso, perché Marco dava fastidio a qualcuno: non a quelli che vendevano cocaina, dava fastidio al mondo del ciclismo. Secondo me, Marco aveva pestato i piedi a qualcuno, perché lui quello che pensava diceva: parlava di doping, diceva che il doping esiste.

L’avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, ha aggiunto:

Noi partiamo da una rilettura dei fatti, pensando che, alla fine, andremo nella stessa direzione delle indagini, senza tesi precostituite. Se ci saranno zone d'ombra andremo avanti senza guardare in faccia nessuno.

Pantani: a Madonna di Campiglio l’ematocrito era nei limiti?

Ma c’è un altro episodio della vita del ciclista romagnolo sul quale non è mai stata fatta abbastanza chiarezza: l’esclusione dal Giro d’Italia del 1999 ormai stravinto. Già perché in quel 5 giugno 1999 incominciò la caduta dell’uomo insieme al declino del corridore.

Quel giorno Pantani venne controllato dagli ispettori antidoping i quali, all’alba del tappone alpino con il Mortirolo, riscontrarono un ematocrito del 52% vale a dire di due punti percentuali superiori al limite del 50%.

Questa mattina Davide De Zan - giornalista al seguito di tutte le principali imprese pantaniane per le reti Mediaset – ha fatto una rivelazione shock:

Me l'ha giurato qualche anno fa una persona che era vicinissima a Marco giurando sulla testa dei suoi figli: quella mattina del 5 giugno a Madonna di Campiglio, Marco Pantani aveva 48 di ematocrito, poi come d'incanto è saltato fuori il 51. È andata esattamente così. In un primo momento questa persona era disposta anche a venirlo a raccontare in televisione, poi non se l'è sentita ma oggi, a tanti anni di distanza, mi sento in dovere di dire io che c'è una persona, molto credibile e attendibile, che ha giurato sulla testa dei propri figli la veridicità dell'episodio: Marco quella mattina non aveva assolutamente i valori ematici fuori norma. Aveva 48 e, come prevedevano i regolamenti dell'epoca (il limite era 50), lui poteva concludere vittoriosamente il suo Giro d'Italia.

A suffragio della teoria arriva quanto dichiarato a Fan Page da Enzo Vicennati, uno dei giornalisti che hanno seguito più da vicino la carriera del corridore romagnolo:

Tutti noi un po’ vicini a quel ragazzo, alla sua famiglia e alla squadra abbiamo una persona di fiducia pronta a giurare sui suoi figli che Marco quella mattina avesse 48,6 di ematocrito. Però c'è stato un processo e nessuno ha detto una sola parola. La notizia c’è e c’è sempre stata. Viene tirata fuori di tanto in tanto, ma non aggiunge nulla a quella tragica storia.

Madonna di Campiglio: le tesi del complotto

Se la notizia fosse vera sarebbe un vero e proprio terremoto per il mondo del ciclismo. Chi sarebbero stati i mandanti? Di teorie del complotto ce ne sono state parecchie: si è parlato del giro delle scommesse, di interferenze della criminalità organizzata, qualcuno ha chiamato in causa l’Unione Ciclistica Internazionale, la pressione del Coni che proprio in quelle settimane lanciò il programma “Io non rischio la salute” (fortemente contestato da Pantani) e il cattivo rapporto di Pantani con lo squadrone che dominava la scena in quegli anni, la Mapei dell’attuale presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

Tante voci si sono rincorse in questi quindici anni, alcune decisamente assurde come quella secondo la quale la casa automobilistica sponsor della manifestazione (Fiat) avrebbe fatto “pagare” alla maglia rosa l’accordo pubblicitario stipulato l’anno prima con Citroen. Bufale clamorose in mezzo a ipotesi più o meno credibili.

Certo è che Marco Pantani divenne il capro espiatorio del doping in Italia, fatto che contribuì non poco al percorso autodistruttivo del corridore.

I processi sulla centrale del doping gestita a Ferrara dal professor Francesco Conconi dimostrarono poi come il Coni avesse reso sistematico il doping in tutte le specialità aerobiche: non solo il ciclismo, ma l’atletica leggera e lo sci di fondo. Le carte del processo hanno dimostrato che tutti i corridori italiani che primeggiavano nei Giri e nei Tour degli anni Novanta avevano valori di ematocrito fuori dalla norma. Qualcuno ha pagato, ma nessuno ha pagato un prezzo alto come Pantani.

Foto © Getty Images

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