I due marò rischiano la pena di morte? L'India smentisce

Le leggi sulla navigazione del codice indiano affermano che Latorre e Girone possono essere puniti con la morte. Sulla questione è sfida tra ministero degli Interni e degli Esteri.

aggiornamento 13.15 L'India, attraverso il portavoce Sayed Akbaruddin ha appena smentito che i due marò possano correre il rischio di una condanna alla pena capitale: "Il caso non rientra tra quelli punibili con la pena di morte". Com'è possibile, considerando la legge sulla pirateria (di cui si parla nel post qui sotto)? La cosa più probabile è che, in punta di diritto, la situazione in cui si trovano i marò sia effettivamente punibile con la morte, ma che (com'è facile prevedere) gli indiani non abbiano nessuna intenzione di scatenare una tale crisi diplomatica.

aggiornamento 12.46 Evidentemente la possibilità che i due marò vengano condannati alla pena di morte non è da prendere sottogamba - nonostante le parole del ministro degli Esteri di marzo - dal momento che l'inviato del governo per la vicenda dei due marò, Staffan De Mistura, ha fatto sapere che: "Siamo pronti a ogni evenienza con mosse e contromosse. Come difesa abbiamo il diritto di vedere il rapporto e di contestarlo".

Non è la prima volta che si parla del pericolo che i due marò, Latorre e Girone, accusati in India di aver ucciso due pescatori, vengano condannati alla pena di morte, ma fino a oggi la cosa era stata sempre esclusa. Sull'argomento torna una delle principali testate indiane: l'Hindustan Times.

Secondo l'edizione internet del quotidiano la Nia (National investigation agency) che segue l'inchiesta contro i due marò sta cercando di ottenere proprio la pena di morte. Un report è stato spedito al ministero degli interni chiedendo che si proceda con una condanna di questo tipo, nonostante le implorazioni del ministero degli Esteri, che evidentemente vuole evitare una crisi diplomatica che anche solo parlare di tutto ciò potrebbe provocare.

Già tempo fa Salman Khurshid (ministro degli Esteri) aveva assicurato al governo italiano, allora presieduto da Mario Monti, che non ci sarebbe stato nessun pericolo di questo tipo per Latorre e Girone, tanto che l'Italia - in una vicenda pessima - dopo aver sottratto i due alla giustizia indiana li aveva poi riconsegnati.

Al centro della contrapposizione tra i due ministeri c'è una legge ben precisa contro la pirateria marittima, del 2002, secondo la quale "chiunque provochi la morte dev'essere punito con la morte". Legge del taglione? Eppure uno degli articoli della legge in questione (dal lunghissimo titolo "Suppression of Unlawful Acts Against Safety of Maritime Navigation and Fixed Platforms on Continental Shelf Act") recita proprio così: "causes death to any person shall be punished with death". Tutto vero, se non fosse che il ministro degli Esteri ha promesso che non ci sarà nessuna pena di morte e il suo ministero afferma che questa promessa è "sovrana".

Nia e ministero degli Interni non sono d'accordo: la decisione ultima spetta solo ai tribunali. Una fonte del ministero degli interni la mette giù così: "Uccidendo i due pescatori, i marò hanno commesso un atto che ha messo a rischio la navigazione. Dal momento che questo atto ha causato morte, loro possono essere accusati secondo una legge che prevede anche la pena di morte". Una legge assurda? Non tanto, se si considera che anche le Nazioni Unite ne hanno una versione conforme.

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