Ebola, la guerra fra le cause della diffusione della malattia

Liberia, Guinea e Sierra Leone sono “circondate” da paesi in cui sono in atto conflitti e zone di passaggio

È la guerra una delle principali cause della diffusione dell’ebola e del fatto che l’epidemia del 2014 – i cui primi casi sono stati accertati nel mese di marzo – sia ormai prossima alle mille vittime, quando in condizioni normali la cifra difficilmente supera le 100 vittime.

Liberia, Guinea e Sierra Leone sono i paesi nei quali sono stati accertati la maggior parte dei casi di ebola: 1711 contagi e 932 morti nei quali vanno inclusi i 9 casi e un decesso rilevati in Nigeria.

I tre stati dell’Africa Occidentale sono circondati da quattro stati in cui sono in atto guerriglie condotte da miliziani ed eserciti di opposte fazioni:
1) in Costa D’Avorio le Forze Repubblicane del neo eletto presidente Alassana Ouattara sono in lotta con i miliziani dei Commandos Invisibili;
2) in Mali sono presenti una decina di gruppi militari dell’area fondamentalista islamica in lotta contro l’esercito maliano;
3) in Mauritania sono attive due cellule appartenenti alla “galassia” di Al Qaeda;
4) in Senegal l’esercito combatte contro l’MFDC (Movement of Democratic Forces of Casamance).

Ebola

Secondo un medico dell’Instituto de Medicina Tropical di Lisbona che ho intervistato negli scorsi giorni e che ha chiesto di rimanere anonimo, la guerra è una delle principali cause della maggiore diffusione del virus. Le milizie si spostano da un paese all’altro alla ricerca delle migliori diarie e i tre paesi interessati dalle malattie sono un passaggio obbligato, la via privilegiata per muoversi da uno stato all’altro dell’Africa Occidentale.

Secondo il medico – con una lunga esperienza sul “campo” nell’Africa Equatoriale – occorre agire in due direzioni: 1) la prevenzione: evitando di entrare in contatto con animali morti e – nelle ore di buio – con i pipistrelli che sono vettori dell’ebola, 2) la circoscrizione del fenomeno: evitando qualsiasi tipo di contatto con i contagiati (la cui mortalità è prossima al 100%) e cremandone i cadaveri.

Il virus si è diffuso maggiormente anche perché la popolazione – e non solo i militari – hanno iniziato a viaggiare di più, portando la malattia nelle città.

Inoltre, le tradizioni locali prevedono che i cadaveri vengano lavati dai famigliari, un’usanza rischiosissima visto che oltre al sangue, anche il contatto con il sudore, la saliva e qualsiasi tipo di liquido corporeo può divenire vettore del virus.

La storia dell’ebola si riallaccia così a quella di altre grandi epidemie di peste nera portate dalle milizie che nel Trecento attraversavano l’Europa o a tubercolosi, polmonite, influenza, morbillo, vaiolo e anche raffreddori che crearono nell’America Latina attraversata dai conquistadores spagnoli un vero e proprio choc microbico e virale. Ora la storia si ripete, in un contesto totalmente differente sia in termini di mobilità, sia in termini di prevenzione e conoscenza.

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