L'infermiera che scrisse al primario: "Non sono un'icona, cercate di migliorare ciò che vi circonda"

Roberta Cristofani scrive di nuovo una lettera. Questa volta, ai giornalisti e a chi l'ha sostenuta. Parole importanti, che fanno distinzione fra la persona e il messaggio

Lettera Roberta Cristofanti

Roberta Cristofani ha avuto – suo malgrado – qualche giorno di notorietà per un gesto più che stimabile. Studentessa tirocinante all'Umberto I di Roma, Roberta, quando ha scoperto il trattamento di favore riservato a un senatore, ha scritto una bella lettera pubblica al primario.

L'ospedale ha risposto che non c'era stato nessun trattamento di favore, ma un normale trattamento per

«garantire la privacy e sicurezza di tutti i pazienti ricoverati».

Sarà, ma dietro a questa esigenza restano sostanziali differenze fra pazienti, evidentemente.

Comunque, Roberta ha ritenuto di scrivere di nuovo un messaggio pubblico. Rivolto a persone "normali" e a colleghi giornalisti. Ecco il testo della lettera.


«Cari tutti, innanzitutto grazie per i numerosi messaggi di sostegno. Visto il polverone (che non mi aspettavo) sollevato dalla vicenda, mi piacerebbe puntualizzare alcune cose:

1) Non sono un simbolo, né un'icona della lotta contro la casta. Non ho scritto per farmi pubblicità: ho scritto perché ho riscontrato una disparità di trattamento e ho voluto esprimere la mia protesta. Il centro della vicenda non sono io, ma il mio messaggio. Perdonatemi se vi sembro ingrata, ma, piuttosto che sentirmi riempire di complimenti, preferirei sapere che anche voi, incoraggiati dalla mia lettera, avete compiuto un piccolo gesto per cercare di migliorare ciò che vi circonda.

2) NON voglio essere strumentalizzata. Come tutti ho le mie idee politiche, ma queste non c'entrano nulla con la vicenda. Non voglio che la storia che ho raccontato venga sfruttata per interessi personali che tradiscono profondamente quello che ho scritto e avevo da dire.

3) AI GIORNALISTI che si stanno recando in reparto in questi giorni: SMETTETELA. Io tornerò in servizio a settembre. Le vostre incursioni, in incognito o meno, non fanno che disturbare i pazienti e rendere la vita difficile agli operatori sanitari del reparto, che, credetemi, non lo meritano, perché lavorano davvero con passione e dedizione. Non fategli perdere tempo: hanno cose più importanti da fare.

Grazie della comprensione.
E grazie ancora a tutte le persone gentili che mi incoraggiano e mi sostengono. Ma facciamo in modo che non restino solo parole. Daje».

Il messaggio è chiaro e limpido.

La dignità sul lavoro non è in vendita, a nessun costo. Ma, al tempo stesso, non è il caso di strumentalizzare sempre qualsiasi episodio: ci sono, evidentemente, anche persone, come la signorina Roberta, che sono disposte a dire la loro senza per questo diventare protagonisti.

«Il centro della vicenda non sono io, ma il mio messaggio»

scrive Roberta. Frase splendida, che dovrebbe riguardare, per cominciare, tutti noi giornalisti: non siamo i protagonisti che devono andare a riempire i posti vuoti dell'ennesimo salotto televisivo, i volti da accompagnare a un pezzo, gli influencer acclamati. Siamo un tubo, un canale, un condotto fra le notizie (e le opinioni, ovvio) e i lettori.

Nella società dello spettacolo 2.0 è difficile tener separato il personaggio dal messaggio, ma quando ci si riesce, solo allora, le azioni come quella di Roberta acquisiscono senso. Perché altrimenti ci si perde, per esempio, in vent'anni di lotte personalistiche (pro o contro) e si dimentica del tutto il fatto che le persone passano e le idee, invece, restano.

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