1983: l'incontro tra Papa Giovanni Paolo II e Ali Agca

27 dicembre 1983: Giovanni Paolo II visita in carcere il suo attentatore

(FILES) This file photo taken 27 Decembe

Natale era passato da appena due giorni, quando nel carcere di Rebibbia arrivò inaspettato il Pontefice Giovanni Paolo II. Era il 27 dicembre 1983 e Karol Wojtyla si recava nel carcere romano per fare visita ad Ali Agca, il cittadino turco che nel maggio di due anni prima gli aveva sparato in Piazza San Pietro, ferendolo gravemente.

L'attentato a Papa Wojtyla faceva ormai parte della Storia, anche se le circostanze e i moventi che avevano armato la mano del turco appartenente ai "lupi grigi" erano ancora avvolte nel mistero (e lo sarebbero rimaste a tutt'oggi). Agca era stato condannato per direttissima all'ergastolo nel 1981, ma nel 1982 aveva cominciato a parlare della "pista bulgara" che legava l'attentato ai complotti dei servizi segreti della Bulgaria comunista. Le indagini erano ancora in corso, e non avrebbero contribuito a fare luce sulla pista.

Nella sua autobiografia, Ali Agca ricorda che quel giorno le guardie gli dissero “Mehmet Ali Agca, preparati. Una persona ha chiesto di vederti”. “Chi è?”. “È lui, Ali”. “Lui chi?”. E a quel punto si trovò a incontrare Giovanni Paolo II. I due rimasero a parlare per una decina di minuti, davanti ai fotografi ma lontano da orecchie indiscrete, e il contenuto del colloquio è rimasto e rimane tuttora segreto.

Nei mesi e negli anni successivi, si sono fatte molte ipotesi sul contenuto del colloquio, e spesso Ali Agca ha dato a intendere di aver parlato al Pontefice dei mandanti dell'attentato. L'unico altro resoconto disponibile è quello di Indro Montanelli, che durante una cena privata con il Papa nel 1986 gli chiese del colloquio. Giovanni Paolo II negò che Agca gli avesse parlato dei moventi, anche perché "c'era troppo poco tempo per capire qualcosa di moventi e di fini che fanno certamente parte di un garbuglio molto grosso". Quello che a Wojtyla apparve chiaro, fu che Agca era rimasto traumatizzato

non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c'era stato Qualcuno o Qualcosa che gli aveva mandato all'aria il colpo

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