Amnesty lancia "Open To Syria", la campagna per i rifugiati siriani

E i rifugiati siriani in Europa chiedono lo stop alla "deportazione" dalla Svezia all'Italia

Open To Syria è una campagna lanciata da Amnesty International che ha l'obiettivo di fare pressione sui paesi ricchi, attraverso il sostegno dell'opinione pubblica, affinché accettino un numero maggiore dei rifugiati vulnerabili della Siria attraverso il reinsediamento e altri programmi di ammissione umanitaria.

In un recente rapporto pubblicato dall'associazione internazionale dal titolo "Tra difficoltà, speranza e reinsediamento: i rifugiati della Siria raccontano le loro storie" l'associazione internazionale mette in luce le opportunità di cambiare in meglio la vita che il reinsediamento internazionale potrebbe offrire ad alcuni dei più vulnerabili rifugiati, evidenziandone le condizioni di vita drammatiche ed estreme.

Dopo essere fuggiti dalla sanguinosa guerra civile in Siria ed aver abbandonato le proprie case, il proprio lavoro, la propria vita e, spesso, i propri affetti, quando tutto non è stato polverizzato dai bombardamenti e dalle violenze della guerra, i rifugiati siriani vivono oggi il dramma dei campi profughi allestiti nei paesi confinanti la Siria.

Il rapporto di Amnesty, tramite il racconto delle storie di otto persone e famiglie fuggite dal conflitto e che stanno cercando di sopravvivere in Libano, Giordania e Iraq, mette in luce la crisi che i rifugiati siriani vivono.

Una nostra fonte libanese ci ha raccontato delle condizioni di vita e dell'accoglienza riservata ai siriani in Libano: considerati alla stregua dei palestinesi, ovvero il gradino più basso della scala razzista nella società araba, solo in virtù del loro status di rifugiato, i siriani vivono nel sud del Libano in campi allestiti sia dal governo libanese che da enti internazionali come le Nazioni Unite. Fuori dai campi, affollatissimi e spesso in condizioni estreme per quanto riguarda i servizi essenziali, la loro vita è un vero inferno: ogni giorno i media libanesi parlano di un rifugiato siriano morto ammazzato, spesso per mano delle milizie Hezbollah (che sostengono il regime di Bashar al-Assad in Siria).

Dal 2011 ad oggi i morti nell'inferno siriano sono oltre 200mila mentre gli sfollati raggiungono la ragguardevole cifra di 4 milioni di persone: una vera e propria diaspora che la comunità internazionale conosce poco, anche perchè fino ad oggi sono solo poche migliaia i siriani che sono riusciti ad uscire dai campi profughi di Turchia, Libano, Iraq, Giordania, etc., per rifugiarsi in Europa o negli Stati Uniti.

Così Sherif Elsayed-Ali, direttore del programma Diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International:

"Questo rapporto racconta le storie delle persone in carne e ossa, al di là dei numeri, attraverso le loro parole [...] Molti di loro vivono l'inferno, sopportano disagi infiniti e lottano ogni giorno per sopravvivere nella loro condizione di rifugiati. Il reinsediamento può offrire loro una prospettiva di vita che si è fatta indispensabile, un barlume di speranza in un futuro migliore. [...]
I leader mondiali non possono continuare a voltare le spalle ai rifugiati vulnerabili. È facile sentirsi inermi di fronte a una crisi di questa dimensione, ma incoraggiare quei leader a reinsediare i rifugiati potrebbe avere un impatto decisivo sulla vita di questi ultimi".

Secondo l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (UNHCR) i siriani in condizioni di vulnerabilità sarebbero circa 380mila: bisognosi di un reinsediamento sociale (spesso si tratta di civili che hanno subito torture indicibili, violenze, stupri o che hanno perso tutti gli affetti, persino di bambini ammalati e non accompagnati; il dramma siriano infatti non è solo dentro i confini del paese o dello Stato Islamico, il dramma siriano è quello che un popolo intero vive da 4 anni ininterrottamente sulla propria pelle, sulla propria viva carne.

TURKEY-SYRIA-KURDS-REFUGEES

Nel frattempo, i rifugiati siriani che sono riusciti a raggiungere l'Europa (grazie a viaggi della speranza attraverso il Nordafrica e poi dalla Libia alla Sicilia, attraverso la Turchia e da qui in Grecia e poi in Europa, attraverso Ceuta e Melilla, come anche attraverso l'est Europa, un viaggio più lungo e persino più rischioso che non imbarcarsi su una carretta del mare) promuovono una petizione online all'UNHCR ed alla Corte europea di Giustizia per chiedere lo "stop alla deportazione dei rifugiati siriani dalla Svezia all'Italia".

L'immigrazione svedese infatti rispedisce in Italia (primo paese UE in cui vengono schedati, con le impronte digitali, i disperati che arrivano via mare in Europa) i siriani che cercano asilo in Svezia: come si legge nella petizione al loro arrivo in Italia i rifugiati vengono spesso costretti (con inganni o con la forza) a farsi schedare dalla Polizia tramite le impronte digitali. Spesso viene detto loro che il riconoscimento non preclude l'asilo politico o lo status di rifugiato in un altro paese europeo (il vero orizzonte di molti di loro, che vogliono andare in Germania, Danimarca, Svezia), ma in verità l'immigrazione svedese respinge quasi tutte le richieste di asilo dei siriani che ci provano, respingendo poi gli stessi al paese d'origine (della schedatura): l'Italia.

Un problema che il giornalista Mauro Mondello ha mostrato molto bene nel suo ultimo documentario Lampedusa in Berlin, proiettato la scorsa settimana alla Washington University di Roma.

I siriani in Italia non vogliono tornare: stipendi bassi e scarse possibilità di trovare lavoro, costretti spesso a dormire nelle stazioni o a vivere di espedienti, sono loro stessi che chiedono di poter essere inclusi nel protocollo di Shengen per poter trovare lavoro in Europa e rifarsi una vita. L'UNHCR ha più volte chiesto al governo italiano di migliorare lo status e le condizioni di vita dei rifugiati, ma l'appello degli stessi è anche verso la Corte europea di giustizia, perchè il diritto comunitario non vieta (anzi, incentiva) la loro "deportazione" dalla Svezia.

I rifugiati sono persone comuni, come tutti noi. Solo che le loro vite sono state catastroficamente distrutte a seguito di un conflitto e sono costretti a ricominciare da zero. È giunto il momento che i nostri cuori e le nostre comunità si aprano alle persone fuggite dalle atrocità del governo siriano, del gruppo armato Stato islamico e di altre formazioni armate. Dobbiamo e vogliamo dimostrare che la compassione e l'umanità possono vincere.

conclude Sherif Elsayed-Ali di Amnesty International.

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