Oggi è il "Giorno del Ricordo" per le vittime delle Foibe

Oggi è 'il Giorno del Ricordo" istituito nel 2004 per ricordare le stragi delle foibe e l'esodo giuliano-dalmata.

Oggi in Italia è il "Giorno del Ricordo", una solennità civile nazionale che si celebra il 10 febbraio di ogni anno a partire dal 2005. Questa ricorrenza è stata istituita dal Parlamento italiano nel marzo del 2004 "al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale". Si tratta di una delle pagine più tristi della storia del secolo scorso, per troppo tempo taciuta.

I fatti - La firma dell'armistizio tra l'Italia e gli Alleati dell'8 settembre 1943 gettò il Paese nel caos. L'esercito italiano si scompose: alcune divisioni decisero di continuare a combattere al fianco dei tedeschi; altre seguirono gli ordini del Generale Badoglio; altre ancora disertarono, unendosi in taluni casi alle lotte partigiane. Questo stato di agitazione lasciò diverse zone del Paese incustodite, tra le quali una vasta area della Venezia Giulia. Approfittando di questo momento di confusione i partigiani slavi di Tito riuscirono ad occupare gran parte del territorio.

Cinque giorni dopo la firma dell'armistizio i comitati partigiani slavi proclamarono l'annessione delle terre occupate alla Croazia. Vennero istituiti dei tribunali che emisero in pochissimi giorni centinaia di condanne a morte per rappresentanti del regime fascista, oppositori politici ed anche per le maggiori personalità della comunità italiana. In questo modo gli slavi poterono vendicarsi dei fascisti, ma anche eliminare oppositori reali e potenziali al disegno politico di Tito.

I metodi di queste esecuzioni furono estremamente cruenti. Le vittime vennero scaraventate nelle foibe - caverne verticali presenti nella zona - e nelle miniere di bauxite. Alcuni vennero torturati e uccisi prima, mentre altri vennero gettati ancora in vita all'interno di queste fosse comuni improvvisate. Secondo le ricostruzioni storiche, vennero uccise con questa metodologia tra le 400 e le 600 persone. Secondo altre fonti, invece, il numero potrebbe essere anche notevolmente più alto.

I partigiani slavi vennero respinti nell'autunno del 1943 dalle truppe tedesche ed alcune divisioni italiane restate al fianco del vecchio alleato. Un anno dopo i tedeschi e gli italiani, ormai allo stremo delle forze, si ritirarono consentendo alle truppe di Tito di occupare nuovamente il territorio. Gli uomini di Tito misero in atto un piano di pulizia etnica, allo scopo di annullare la presenza italiana in quell'area geografica.

Tito puntava a rivendicare successivamente quel territorio, facendolo prima diventare a maggioranza slava. In quel periodo molti italiani vennero uccisi con la stessa metodologia del '43 - ovvero gettati nelle foibe o nelle miniere di bauxite - mentre altri vennero deportati nel territorio jugoslavo dove vennero uccisi dopo un periodo di prigionia, in modo particolare nel carcere di Lubiana. In questo caso le stime parlano di 2500 morti accertate e di 7500 persone scomparse.

Le violenze, le uccisioni e le deportazioni, cessarono solo nel giugno 1945 quando le forze Alleate occuparono i territori di Gorizia e Trieste e, successivamente, di Pola. Il massacro di italiani proseguì invece a Fiume - dove gli Alleati non arrivarono mai - fino al 1947, quando la città passò ufficialmente sotto il controllo della Jugoslavia con la sigla del Trattato di Parigi, che ridisegnò i confini europei. Per sfuggire al massacro circa 40mila italiani - che rappresentavano la maggioranza della popolazione - furono costretti a fuggire da quei territori.

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Foto: tratta da Wikipedia.

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