Insulta l'azienda e le colleghe su Facebook: licenziato

Dopo essere stato riammesso al lavoro in seguito a un contenzioso, aveva pubblicato sulla sua bacheca insulti ai datori di lavori e alle sue colleghe, definite milf e non solo.

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Il modo migliore per festeggiare il reintegro sul posto di lavoro in seguito a un contenzioso con l'azienda non è quello di insultare l'azienda e le colleghe su Facebook, perché così il rischio elevatissimo è quello di venire licenziati, per giusta causa, e quindi di perdere il lavoro appena ritrovato una volta per tutte. È quanto avvenuto a un uomo di Ivrea, che ha impugnato il licenziamento ma che si è visto dare torto dal giudice.

La vicenda inizia a fine 2012, quando il dipendente in questione viene lasciato a casa dopo una serie di rinnovi di contratti a tempo determinato. L'uomo però si rivolge al tribunale di Ivrea, che gli dà ragione - nel maggio 2014 - e lo reintegra al suo posto di lavoro a partire dal 28 maggio. Il giorno stesso il dipendente pubblica un post su Facebook, visibile a tutti e non solo ad amici. Cosa scrive in quel post?

“Grazie c*glioni!!! Beccare Cash stando a casa a grattarsi il c*zzo!! Very thanks!! Il pacco è riveder colleghe milf arrapate con sti bacetti… odiose! Non vedono il c*zzo dall’89… Cacciate sti 100 euro a qualche gigolò… Mortacci vostre”

Insulti all'azienda e insulti alle colleghe, usando il termine Milf. Che significa "Mother i'd like to f*ck" e che si riferisce solitamente a donne avvenenti dai quaranta in su. L'azienda qualche giorno dopo si accorge del post, chiede che venga cancellato (cosa che avviene il 12 giugno) e soprattutto richiama il dipendente e lo licenzia quattro giorni dopo. Il dipendente non si arrende e chiama di nuovo in causa l'azienda, sempre presso il tribunale di Ivrea che lo aveva già reintegrato sul posto di lavoro.

Non nega di aver pubblicato quel post, ma sostiene che la condotta non è così grave da giustificare il licenziamento. Il tribunale, però, dà ragione all'azienda.

I reiterati insulti gratuiti proferiti non solo nei confronti dei propri superiori, definiti "c*glioni", ma soprattutto di colleghe del tutto estranee alle controversie che hanno contrapposto il sig. X al proprio ex datore di lavoro, risultano assolutamente gravi, in quanto denotano la volontà del ricorrente di diffamare sia la società, sia parte dei dipendenti con le modalità potenzialmente più offensive dell'altrui reputazione"

Segue una lunga, e a tratti comica, esegesi del termine Milf. Ma il punto più importante è il fatto che il licenziamento è ingiusto, in situazioni di questo tipo, solo quando "l'uso di espressioni offensive nei confronti del datore di lavoro appare come una reazione, anche se eccessiva ed abnorme (ma anche istintiva) rispetto a promesse di parte datoriale non mantenute". In questo caso, però, non ci sono promesse non mantenute, ma solo un festeggiamento bizzarro per aver riavuto il posto. Di conseguenza "questo tribunale non riesce a intravedere una qualche giustificazione alla condotta dell'attore. Le domande dell'attore, pertanto, non possono trovare accoglimento". L'intera ordinanza la trovate in pdf qui sotto.

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