Arabia Saudita, l'ambasciatore Krimly ha risposto duramente agli appelli per salvare Al-Nimr

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"Non tolleriamo che altri Paesi intervengano in nostri affari interni. Anche noi potremmo non gradire alcuni aspetti della cultura, della politica o del sistema giuridico italiani, ma non ci troverete ad impartirvi lezioni su come condurre i vostri propri affari". Sono state queste le parole utilizzate dall'ambasciatore saudita Rayed Khalid A. Krimly per rispondere alle proteste per la condanna a morte del 20enne Mohammed al-Nimr. Il diplomatico è intervenuto nel dibattito con una "lettera aperta agli amici italiani", in risposta alle iniziative di Amnesty International Italia, dell’associazione Nessuno tocchi Caino e dei moltissimi altri appelli partoriti dalla società italiana.

Il prossimo 9 ottobre è anche in programma un sit-in di protesta davanti all'ambasciata saudita di Roma, promosso dai Socialisti Europei. Secondo l'ambasciatore la magistratura saudita sarebbe "indipendente" e la condanna a morte sarebbe dunque solo la conseguenza dell'accertamento di ben 14 reati ascrivibili a Mohammed al-Nimr, tra i quali: "molteplici aggressioni armate contro mezzi della polizia, contro personale e stazioni di polizia con armi e bombe molotov, creazione di cellule terroristiche armate, protezione e assistenza offerta a terroristi ricercati, ripetute rapine a mano armata a danno di negozi e farmacie, nonché reiterati attacchi a proprietà private e pubbliche".

Secondo Krimly la comunità internazionale non avrebbe il diritto di esprimere giudizi su fatti interni al suo Paese: "il Regno viene criticato perché il suo sistema giudiziario indipendente ha emesso sentenze sulla base di leggi saudite contro dei cittadini sauditi, laddove l’Arabia Saudita sta semplicemente ottemperando a due principi molto importanti: la supremazia del diritto e del processo nelle dovute forme di legge, l’indipendenza della magistratura".

Krimly ha poi anche criticato le organizzazioni internazionali che si sono attivate per tentare di salvare Mohammed al-Nimr, sostenendo che: "risulterebbero essere più credibili se dedicassero parte del loro impegno focalizzandosi su Paesi che occupano gli altrui territori e creano insediamenti illegali, o su regimi che si macchiano del crimine dell’assassinio di centinaia di migliaia di concittadini con le loro bombe a barile ed armi chimiche".

Arabia Saudita, ragazzo condannato a morte: si mobilità la comunità internazionale

25 Settembre 2015

La comunità internazionale sta lavorando per cercare di impedire l'esecuzione della condanna di Mohammed al-Nimr, 20enne saudita per il quale è stata emessa una sentenza di morte per decapitazione, alla quale dovrebbe seguire una crocefissione in pubblico. Il ragazzo in questione è in prigione dal febbraio 2012, quando venne arrestato durante una manifestazione. Le accuse a suo carico sono di attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata, lancio di una molotov e, soprattutto, di aver preso parte ad una manifestazione antigovernativa.

L'unica cosa certa in questa vicenda è l'effettiva partecipazione ad una manifestazione in opposizione al regime saudita, alla quale Mohammed al-Nimr prese parte insieme a suo zio Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, leader dell'opposizione sciita, a sua volta condannato a morte. Secondo quanto sostiene Amnesty International la sentenza sarebbe stata pronunciata sulla base di una confessione estorta dopo una serie infinita di torture.

Il giudice si è pronunciato, ma il processo può essere ancora annullato dal Re Salman bin Abdul Aziz Al Saud. Il padre del giovane condannato - che al momento dell'arresto aveva solo 17 anni - ha fatto appello al Re chiedendogli di risparmiare la vita di suo figlio. Ha confermato che suo figlio ha frequentato raduni sciiti, ma ha respinto le altre accuse che hanno portato ad una condanna così dura. All'appello si sono unite diverse associazioni come la succitata Amnesty International, ed anche il Presidente della Repubblica francese Hollande ha chiesto ufficialmente all'Arabia Saudita di rinunciare all'esecuzione.

Solo pochi giorni fa il saudita Faisal bin Hassan Trad è stato eletto alla Presidenza del Consiglio per i diritti umani dell'ONU in vista del 2016. Una scelta incomprensibile dal momento che in Arabia Saudita i diritti umani vengono sistematicamente calpestati e questa è solo l'ultima pagina di un libro nero. La commissione si è già espressa sul caso, rimarcando che la condanna a morte di un minorenne al momento del reato è di per sé incompatibile con gli obblighi internazionali assunti dall'Arabia Saudita con l'adesione all'ONU del 1945.

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