Morto l'assassino di Vittorio Arrigoni. "Combatteva in Iraq con l'Isis"

Palestinians show their arms bearing the name of Italian activist Vittorio Arrigoni, who was killed by a Salafist group of radical Islamists, during a protest to condemn his killing in Gaza City on April 15, 2011. AFP PHOTO/MOHAMMED ABED (Photo credit should read MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)

Mahmoud al-Salfiti, uno dei killer dell'attivista dell'International Solidarity Movement, Vittorio Arrigoni, è "morto nella regione di Anbar", in Iraq. Qui, secondo alcuni account jihadisti, dopo aver "partecipato alla morte dell'infedele italiano" ed "essere stato incarcerato da Hamas, combatteva come soldato del Daesh". L'uomo era fuggito nello scorso giugno da Gaza City, dove stava scontando una pena di 15 anni di reclusione.

Fonti vicine alla sicurezza palestinese hanno confermato la morte di Al-Salfiti (nome di battaglia Abu Khattab). Probabilmente è deceduto a causa di un raid areo. L'assassino era fuggito dalla Striscia sette mesi fa, dopo aver beneficiato di un permesso in occasione del Ramadan (mese del digiuno islamico).

Il 22 giugno scorso, Al-Salfiti avrebbe telefonato ai familiari per rassicurarli sulle proprie condizioni di salute e per annunciare che si era unito all'Isis. Sulla sua evasione ci sono solo ipotesi: forse è passato nei tunnel che collegano la Striscia all’Egitto, oppure è riuscito ad uscire con un passaporto falso attraverso il valico di Rafah.

La madre di "Vik" (così era soprannominato Arrigoni), Egidia Beretta, chiese in sede processuale di risparmiare la vita ad Al-Salfiti, che con la legge di Hamas rischiava la fucilazione. Così una corte militare, in primo grado, si pronunciò per 25 anni di galera e dieci anni di lavori forzati. Ma poi, in appello, senza che l'avvocato di Arrigoni fosse nemmeno informato, la pena subì una decisa riduzione.

Dei quattro arrestati per l'omicidio di Arrigoni, solo uno resta dietro le sbarre. Addirittura uno dei complici di Al-Salfiti, quello che aveva trovato l’appartamento per il sequestro dell'attivista italiano, era stato rilasciato prima che avesse luogo il processo. E due anni fa è stato segnalato tra le milizie quediste di Al-Nusra, ad Aleppo, in Siria.

Arrigoni, convinto pacifista, punto di riferimento per molte Ong a Gaza e molto amato dalla popolazione locale, venne strangolato dagli islamisti. I sequestratori, al momento del rapimento, diffusero un video per chiedere la liberazione del salafita Abu al Walid al Maqdisi, storico leader egiziano jihadista, in stato di arresto a Gaza. Il terrorista avrebbe giurato l'anno scorso fedeltà al "califfo" dello Stato Islamico, Al Baghdadi.

Ricordiamo che all'epoca dei fatti la polizia di Hamas riuscì ad entrare nell'appartamento dove era sequestrato Arrigoni, ma non a salvargli la vita. Nel blitz, morì il capo del gruppo, giunto appositamente dalla Giordania per organizzare l’azione. Gli altri sequestratori finirono in manette, e nel processo non hanno mai fornito versioni convincenti.

L'iter giudiziario fu rapido e sommario. L'avvocato della famiglia Arrigoni non ebbe nemmeno la facoltà di intervenire. Il governo italiano si disinteressò del caso: nessun rappresentante politico del nostro paese prese una posizione o provò a fare pressione per ottenere verità sulla vicenda. In questo modo, l'attivista italiano, forse anche per il suo lavoro scomodo a Gaza (era finito nella lista nera delle persone sgradite ad Israele), è diventato, come dicono gli amici, una "vittima si serie B" del terrorismo jihadista.

Vittorio lascia un'idea di mondo e di impegno civile. La Fondazione che porta il suo nome si impegna in progetti ed iniziative che cercano di dare continuità al suo lavoro. E, come documentato nel bel reportage di Michele Giorgio su Il Manifesto, ad al Bureij decine di bambini palestinesi giocano a studiano in un asilo dedicato a "Vik". La struttura, gestita dalle associazioni Ghassan Kanafani e Dima, promuove un'eduzione progressista in una delle zone più povere della Striscia di Gaza.

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