Ginecologo condannato per la nascita di una bimba down

Secondo la Cassazione il medico "ha l’obbligo di informare su tutte le indagini prenatali utili a rilevare malformazioni del feto"

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La Suprema Corte di Cassazione ha condannato un ginecologo di Mantova a risarcire i genitori di una bambina affetta dalla sindrome di Down: il medico era stato giudicato innocente nei primi due gradi di giudizio ma secondo la Suprema Corte, che ha ribaltato le due sentenze, si sarebbe reso colpevole di non aver compiuto esami più approfonditi sul feto, al fine di informare anticipatamente marito e moglie della condizione della loro bambina.

I due genitori avevano fatto causa al medico 10 anni fa e dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio vedono ora riconoscersi il danno e attribuire le responsabilità al medico: ora il procedimento tornerà in Appello per quantificare l'indennizzo.

La sentenza 24220 della Terza sezione civile ha accolto il ricorso di una coppia di Mantova alla quale il ginecologo non aveva parlato della possibilità di eseguire l’amniocentesi per verificare la salute del bambino: la madre, una giovane ragazza originaria dell'Europa dell'Est, aveva espresso la determinazione a non portare a termine la gravidanza nel caso di malformazione del feto. Il medico si era difeso, in primo grado e in Appello, spiegando di non aver ritenuto necessario informare la gestante di tutte le possibilità della scienza medica per verificare lo stato di salute del feto, proponendole unicamente "quelli indicati per chi si trovi nella condizioni di salute della paziente".

Per questo motivo la Cassazione ha affermato che il ginecologo è venuto meno ai doveri impostigli dal codice civile, prima che dalla deontologia, nei confronti della paziente per aver violato l’obbligo di informazione: insomma, secondo i giudici della Corte il dovere di un medico non si esaurisce nel valutare lo stato di salute del suo paziente. Un paziente dovrebbe sempre essere messo nelle condizioni di poter decidere le terapie e gli esami cui sottoporsi.

La colpa del medico non è professionale, quanto più umana: la Cassazione infatti non gli riconosce di non aver intercettato la malformazione ma di non aver "impostato un corretto rapporto con la sua paziente".

La sentenza però va in direzione opposta alle indicazioni dello stesso Ministero della Salute sulla cosiddetta "appropriatezza prescrittiva" al fine di evitare gli esami inutiliche si trasformano in sprechi e gonfiano le liste d’attesa. Chi non si adegua a questo principio rischia, tra l'altro, delle sanzioni.

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