Turchia: "Rifugiati deportati e torturati". Amensty accusa Ankara e l'Unione Europea

La Ong: "I finanziamenti Ue non possono servire a violare diritti dei migranti e dei rifugiati"

Syrian migrants wait aboard the Turkish Coast Guard ship Umut after being rescued while attempting to reach the Greek Island Chios on the Agean Sea near Izmir in the night of  December 9 to December 10, 2015. More than 886,000 migrants have arrived in Europe by sea so far this year, according to the latest UN figures. / AFP / BULENT KILIC        (Photo credit should read BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

"Quando ti incatenano in questo modo, ti senti uno schiavo, non più un essere umano". Lo ha detto un 40enne siriano ad Amnesty International. Ed è soltanto una delle tante prove che documentano gli abusi, le detenzioni e le deportazioni forzate subite dai rifugiati in Turchia.

Il nuovo rapporto della Ong che difende i diritti umani è impietoso con il governo di Ankara. Ivi, si parla di decine di rifugiati, siriani ed iracheni, caricati su autobus nelle zone occidentali della Turchia e inviati in centri di detenzione a est, dove alcuni denunciano di essere stati picchiati. John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International, non usa troppi giri di parole sulla questione:

"Abbiamo documentato la detenzione arbitraria di alcune delle persone più vulnerabili sul suolo turco. Fare pressione sui rifugiati e richiedenti asilo affinché tornino in paesi come Siria e Iraq non è solo un gesto immorale, è anche una chiara violazione del diritto internazionale"

Dalhuisen se la prende anche con l'Unione Europea, che si mostra complice di un sistema aberrante: "affidando alla Turchia il ruolo di piantone dell'Europa nell'attuale crisi dei rifugiati, la Ue rischia di ignorare o di incoraggiare gravi violazioni dei diritti umani.

Ankara ha respinto le accuse di Amnesty, spiegando che coloro che scelgono di far ritorno nel proprio Paese di provenienza sono preventivamente sentiti dall’agenzia Onu per i rifugiati. Ma le testimonianze della Ong sono veramente molte e andranno valutate con attenzione.

C'è quella di un siriano di 23 anni, che ha raccontato che nel centro di Erzurum un bambino di tre anni è stato forzato a porre le sue impronte digitali come prova del consenso dato al ritorno in Siria. Un altro siriano, che vive in Turchia, ha detto di aver fatto 23 ore di viaggio verso Erzurum, dopo che la sua figlia l'aveva contattato tramite telefono. Arrivato in loco, i responsabili gli hanno fatto presente che non avevano il permesso di confermare o smentire la presenza dei familiari. E ciò rivela che i contatti col mondo esterno, compresi gli avvocati e i familiari, sono interdetti ai rifugiati.

Nel novembre scorso, la Ue ha chiesto ad Ankara di arginare il flusso migratorio dai paesi in guerra, in cambio di 3 miliardi di euro. Tale cifra dovrebbe essere impiegata per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati e richiedenti asilo sul suolo turco e a perseguire i trafficanti di esseri umani. Se si appurasse che il denaro invece serve a maltrattare i migranti, sarebbe l'ennesima onta per un'Europa sempre più cinica nel suo modus operandi. Ed è proprio di oggi la notizia del rinvenimento dei corpi senza vita di due bambini iracheni, di 6 e 2 anni, al largo delle coste turche.

Amnesty fa sapere che nel centro di detenzione di Erzurum, i rifugiati hanno mostrato "le etichette, poste su letti e armadi, che attestano il finanziamento del centro da parte dell'Unione europea nell'ambito di un programma di pre-accessione". "È scioccante scoprire che il denaro dell'Unione europea viene usato per finanziare un programma illegale di detenzioni e rimpatri forzati. L'Unione europea deve assicurare che i suoi finanziamenti e la cooperazione con la Turchia vadano a rafforzare, e non a compromettere, i diritti dei migranti e dei rifugiati", ha concluso Dalhuisen.

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