Rapporto Amnesty 2015: "È stato un anno nero per i diritti umani"

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"Un anno nero per i diritti umani nel mondo” , in sintesi è questa la conclusione che si può trarre dalla lettura del rapporto 2015 di Amnesty International. A dirlo è stato lo stesso segretario generale della Ong, Salil Shetty, che ha anche condannato duramente l'ignavia e la correità dei governi.

Presentando il report annuale, Shetty ha evidenziato: "milioni di persone stanno patendo enormi sofferenze nelle mani degli Stati e dei gruppi armati, mentre i governi non si vergognano di descrivere la protezione dei diritti umani come una minaccia alla sicurezza, alla legge, all’ordine e ai valori nazionali” . Insomma, il 2015 è stato “un assalto complessivo ai diritti e alle libertà fondamentali”.


Secondo i dati forniti dall’organizzazione internazionale, nel 2015, sono almeno 122 gli Stati che hanno messo in atto maltrattamenti o torture, mentre 30 nazioni hanno rimandato illegalmente i rifugiati nei loro paesi d’origine, dove corrono gravi rischi per la loro sicurezza. Segnaliamo anche che ci sarebbero 19 tra Stati, governi e gruppi armati che si sono macchiati di crimini di guerra.

Molti governi, secondo Amnesty, violano i diritti umani andando contro le loro stesse leggi, delegittimando le istituzioni che dovrebbero proteggerli (anche attraverso il taglio dei finanziamenti), riducendo al silenzio chi svolge attività di advocacy.

In Italia, le carenze rimangono molte. Dalla mancata introduzione del reato di tortura alla scarsa tutela della comunità Lgbt, dalle condizioni dei migranti alla vendita di armi a paesi che violano la dignità dei loro cittadini e che attaccano civili e minori nelle guerre. Ricordiamo che Amnesty ha già denunciato a più riprese la cessione di armamenti a nazioni come l'Arabia Saudita.

Nel mondo le situazioni delicate hanno subito un vasto incremento, dall'America Latina all'Africa. Ma anche negli Stati Uniti, considerata la più grande democrazia occidentale, non mancano le criticità: dalla pena di morte a Guantanamo fino ai diritti violati dei migranti messicani. Non potevano mancare poi denunce nei confronti delle politiche messe in campo da Israele e dall'Iran, le leggi liberticide in Russia (ma anche il suo comportamento nella guerra in Siria) e la repressione perseguita dal governo della Cina.

Infine, c'è un chiaro riferimento alla necessità di riformare l'Onu, proprio a partire dalla sua mancata efficacia nel conflitto in Siria. La questione siriana rappresenta “uno degli orribili esempi del sistematico fallimento delle Nazioni Unite nel tenere fede al loro ruolo vitale nel rafforzamento dei diritti umani e nel chiamare a rispondere i responsabili delle violazioni”.

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