Libia, il racconto di Filippo Calcagno: "Hanno fatto cose atroci". Salvati con un chiodo

Filippo Calcagno, che con Gino Pollicardo è rientrato ieri in Italia dopo mesi da ostaggio in Libia, ha parlato nella tarda mattinata di oggi nella sua Piazza Armerina (in provincia di Enna), raccontando ai giornalisti alcuni aspetti di questi durissimi mesi, non prima di aver ricordato i due colleghi che hanno perso la vita.

Calcagno ha raccontato di aver lavorato con tenacia per abbattere o comunque aprire la porta che li teneva rinchiusi: "Ho scoperto quante cose si possono fare con un semplice chiodo". L'uomo ha spiegato di aver utilizzato un chiodo per lavorare sulla serratura e di essere così riuscito ad aprire la porta.

"Quando si è aperta la porta ci siamo camuffati, avevamo paura che qualche altro gruppo fuori ci prendesse... avevamo paura... cercavamo la polizia e fortunatamente poi li abbiamo trovati. Da lì è stato un crescendo, poi sono tornato nella casa con i poliziotti".

"Hanno fatto delle cose atroci, pensavamo di essere in un incubo", ha aggiunto Calcagno pensando ai mesi di prigionia.

Sui carcerieri ha confermato: "C'erano delle donne e bambini... era una famiglia di delinquenti, di criminali", aggiungendo di non sapere se fossero legati all'Isis.

I giornalisti hanno chiesto a Calcagno se avese informazioni sul presunto pagamento del riscatto, ma il tecnico ha detto di non sapere nulla a riguardo.

Sugli ultimi giorni di prigionia e sulla sorte di Salvatore Failla e Fausto Piano, i due colleghi morti, Calcagno ha raccontato:

"Nei giorni precedenti ci avevano dato una tuta da mettere quando andavamo via, poi ci hanno detto che era tutto finito. Poi hanno preso Salvatore e Fausto e a noi ci hanno lasciato dentro, ma non capivamo come mai. Ci hanno separato il giorno 1 marzo, che per noi era il 2 marzo. Fino a quel giorno noi quattro eravamo tutti assieme".

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