Cogne, Anna Maria Franzoni e la dignità della cronaca

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Ci sarebbero da scrivere fiumi di parole su questa vicenda, sull'eco mediatico, sulla figura della Franzoni, sul povero Samuele, sulla città di Cogne, sul padre del bambino...

A pensarci bene tutte queste parole sono già state scritte: dai giornali, dai mensili, dai minuziosi plastici di Bruno Vespa. Non solo, tutto ciò che bisognava dire è già stato detto anche dagli italiani. Chi non ha chiesto almeno una volta al proprio amico/compagno/marito (o amica/compagna/moglie) "Secondo te la Franzoni è colpevole?".

Scommettiamo anche che la maggior parte delle risposte sono state "Sì, secondo me sì". Ed ecco che la tragedia si trasforma in un semplice accadimento, sul quale spettegolare, sul quale dire la propria senza prestar troppo caso alle parole. E' normale che sia così, perchè mai dovremmo vivere Cogne in modo diverso? La cronaca, fino a quando non ci colpisce direttamente, è una fonte di discussione alla pari del gossip

 

Però, perchè quando si leggono notizie come questa - Sfogo di Annamaria Franzoni durante una pausa dell'udienza al processo d'appello per l'omicidio del figlio: "Io sono nata per essere una madre, ho sempre voluto esserlo. Per una mamma un figlio è una parte di se stessa. Samuele era una parte di me. Morendo lui una parte di me è morta" - allora per un attimo si torna a pensare.

Si può anche parlare del caso di Cogne tra una birra e una pizza, come se si parlasse dell'ultima fidanzata di Bobo Vieri, ma il dolore di una madre - che forse non ricorda nemmeno di aver ucciso il figlio, oppure non lo ha mai fatto - è una tragedia che merita rispetto. Se non altro per la memoria del piccolo Samuele.

Per questo parlarne tra una pizza e una birra può addirittura avere più dignità che parlarne tra uno psichiatra, un giornalista, una soubrette ed un politico dell'ultima ora. In quel momento, sul video, la dignità scompare.

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