Cina, Xi Jinping come Mao: il suo nome nella Costituzione

25 ottobre 2017, ore 18:03 - Il presidente Xi Jinping è stato confermato per altri cinque anni alla guida del Partito comunista cinese (Ccp).

Il Comitato centrale lo ha eletto segretario generale, insieme ad altri sei membri permanenti dell’ufficio politico, l’organo che di fatto detiene il potere in Cina. Parlando alla stampa con al fianco gli altri sei esponenti del Politburo, tra cui il premier Li Keqiang, Xi ha ringraziato il comitato centrale per avergli offerto un nuovo mandato:

“Lo prendo non solo come un’approvazione del mio lavoro, ma anche come un incoraggiamento che mi spingerà ad andare avanti”

ha detto in un discorso trasmesso in diretta televisiva. Salito al potere alla fine del 2012, Xi Jinping si è così garantito un nuovo mandato presidenziale il prossimo marzo.

24 ottobre 2017, ore 10:13 - Xi Jinping entra a vele spiegate nella storia e nella leggenda del Partito comunista cinese: i 2.300 delegati nella seduta conclusiva del Congresso hanno approvato all’unanimità l’emendamento costituzionale che aggiunge il nome del presidente nella Costituzione, a fianco di quelli di Mao e di Deng Xiaoping, confermando lo status del leader, il più potente del paese da decenni.

Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo alla cinese della Nuova era risalta ormai a pieno titolo nella carta costituzionale, si legge nella mozione approvata dal Congresso, una mozione che rende Xi il primo dirigente cinese dopo Mao, al potere dal 1946 al 1976, a ottenere questo status di assoluta eccellenza mentre è ancora alla testa dello Stato, il che potrebbe consentirgli una permanenza a vita al timone del potere cinese.

Ora che Xi è asceso all’Olimpo degli Dei, diventa un po’ meno rilevante la domanda che tutti gli osservatori si fanno dall’inizio del XIX Congresso del Partito comunista cinese: nominerà un successore che prenda lo scettro dopo il 2022 (visto che la sua riconferma è sempre stata più che scontata) o ha deciso di restare direttamente al timone anche per un terzo mandato, rompendo una regola seguita dai suoi predecessori? Con l’iscrizione dell’ideologia che porta il suo nome (“Il pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi nella nuova era”) nella Costituzione del Partito, infatti, assume un rango simile a quello del fondatore della Repubblica popolare cinese Mao Zedong e a quello del leader che ha portato la Cina nell’economia di mercato, Deng Xiaoping.

Questo vuol dire che, anche se dovesse lasciare i ruoli formali, dovrebbe continuare a comandare a vita. Il Congresso, nel suo ultimo giorno, ha iscritto il pensiero e il nome di Xi nello statuto, con una mozione. “Questo Pensiero deve essere rispettato e sviluppato su una base di lungo termine”, si legge nella mozione del Partito, perché è “un’importante componente della teoria del socialismo con caratteristiche cinese e una guida all’azione per tutti i nostri membri e per tutti i cinesi in un momento nel quale noi tentiamo di ottenere un rinnovamento nazionale”. Questo onore non era stato accordato ai due precedenti leader cinesi, Jiang Zemin e Hu Jintao, i quali avevano visto inserire i loro contributi teorici allo statuto del Partito, ma non i loro nomi. E, per un leader ancora vivente, Xi è secondo solo a Mao: Deng fu inserito nella carta fondamentale del Pcc da morto.

“Questo conferirà a Xi un’autorità straordinaria (…). Avrà uno status simile a quello del Grande Timoniere, cioè Mao [...] potrebbe essere come quello: leader a vita, finché è in buona salute”

ha spiegato all’agenzia di stampa France Presse Willy Lam, politologo dell’Università cinese di Hong Kong.

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Il XIX Congresso, con i suoi 2.336 delegati in rappresentanza di 89 milioni di iscritti al Partito (sostanzialmente l’élite cinese), si era aperto con una lunga relazione del Segretario (nonché Presidente) Xi, la cui parola chiave è: “Una nuova era”. In essa sono contenuti i principi del suo pensiero, ciò che di fatto viene ora iscritto nello statuto del partito: una “grande rinascita della nazione” come potenza prospera e rispettata che ha subito più di un secolo di umiliazioni, la costituzione di una forza militare “di rango mondiale” entro il 2050, la guerra contro la povertà, la protezione dell’ambiente e, soprattutto, la primazia del Partito stesso.

“Tutto deve essere piazzato sotto la direzione del Pcc: le organizzazioni del Pcc, il governo, l’esercito, la società civile e qualsiasi angolo (della Cina) ovunque si trovi”

ha spiegato il leader Xi Jinping nella sua relazione. I delegati, oggi, hanno anche nominato i membri del Comitato centrale del Pcc. Ovviamente ne fanno parte Xi e il premier Li Keqiang. Invece, ne esce il 69enne Wang Qishan, una personalità molto importante. Membro del sancta sanctorum del potere cinese il Comitato permanente del Politburo, Wang è stato il capo dell’onnipotente Commissione d’ispezione di disciplina del Partito, sostanzialmente il braccio armato della spietata campagna anti-corruzione voluta da Xi. Un uomo potente e temuto, che a questo punto non farà parte del nuovo Politburo (e, soprattutto, del Comitato permanente del Politburo). Al suo posto, secondo quanto scrive il South China Morning Post, potrebbe salire Zhao Leiji. Tra gli assenti nel nuovo Comitato centrale – 205 nomi confermati da una lista di 222 e poi votati in blocco con un’elezione cerimoniale – mancano anche Li Zhanshu, capo dello staff di Xi, che molti davano in pole position per la Commissione d’ispezione di disciplina, ma anche il vicepresidente cinese Li Yuanchao, che quindi uscirà anche dal Politburo.

Domani mattina si capirà chi saranno i nuovi cinque membri che affiancheranno Xi e Li Keqiang nel Comitato permanente del Politburo, che è il luogo in cui si prendono le decisioni. In quel novero potrebbe o meno uscire il nome di un successore, come è accaduto per gli ultimi tre leader compreso lo stesso Xi. Fu, infatti, Deng Xiaoping che volle in qualche modo creare una prassi che garantisse una successione meno conflittuale di quella che aveva caratterizzatola successione a Mao. Così Jiang Zemin, alla fine del suo primo mandato, nominò Hu Jintao come l’uomo che avrebbe preso il testimone una volta concluso il suo decennio. E Hu fece lo stesso con Xi. Gli osservatori occidentali hanno speculato molto su questo passaggio: la mancata nomina potrebbe voler dire che Xi vuole fare anche un terzo mandato e poi chissà, oppure che non vuole qualcuno che gli faccia ombra nel suo secondo quinquennio. La santificazione di oggi, di fatto, depotenzia il problema.

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