Milano, cos'è la truffa dei finti cassonetti gialli?

armarolo di budrio

Con la promessa di regalare ai poveri e meno fortunati gli abiti usati raccolti nei cassonetti gialli sparsi in giro per la città di Milano la onlus savonese “L'Africa nel Cuore” aveva messo in piedi un bel business: è quanto sarebbe emerso da un'indagine del NOE dei Carabinieri, che ha scoperto come in realtà quei vestiti non venivano donati ma erano rivenduti, sempre in Africa.

I responsabili di questa onlus, ha spiegato il NOE, si servivano dei cassonetti gialli per gli abiti (collocati in un centinaio di comuni della Lombardia, principalmente nella Brianza, ma alcuni anche a Milano, del Piemonte e del Friuli, nel 95% dei casi abusivamente) e di raccolte porta a porta e utilizzando l'azienda Nuova Tessil Pezzame s.a.s. di Solaro (Mi) li ripuliva e li spediva come merce da vendere in Tunisia e Marocco, o nelle province di Napoli e Caserta.

Secondo l'Arma dal 2015 questa truffa avrebbe garantito circa 2,3 milioni di euro di ricavi illeciti grazie allo smercio di 10mila tonnellate di vestiti (almeno questi sono quelli documentati dal Noe). In manette sono finiti l’amministratore unico della “Nuova Tessil Pezzame” Carmine Scarano, 56enne, e Guglielmo Giusti, 60 anni fondatore della onlus, che riceveva dal primo 15.000 euro al mese.

Secondo la ricostruzione di Repubblica.it Scarano aveva preso in prestito da Giusti il logo “L’Africa nel cuore” [da non confondersi con una onlus quasi omonima, "Africa nel cuore", assolutamente non coinvolta nell'operazione] per metterlo sui cassonetti gialli adibiti alla raccolta vestiti in oltre cento comuni. Comuni che spesso non avevano firmato nessun accordo con la onlus, ma che per mancanza di controlli non avevano contestato nulla. Sei persone di fiducia, i cosiddetti “raccoglitori”, si occupavano (con mezzi propri o della Nuova Tessil) di svuotare i cassonetti e di portare gli abiti alla sede della società, a Solaro. Per far questo venivano pagati 0,25 euro al chilo. A questo punto la ditta di Scarano avrebbe dovuto sottoporre i vestiti a tutte le procedure igienico-sanitarie obbligatorie, per poi spedirli in Centrafrica alle popolazioni bisognose. I controlli venivano invece saltati in tronco (con un notevole risparmio di tempo e soprattutto di soldi), e gli abiti venivano portati così com’erano al porto di Genova per essere spediti in Tunisia oppure direttamene in Campania. Carmine Scarano li rivendeva a più del doppio del prezzo di acquisto, quindi oltre i 50 centesimi al chilo.

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