Delitto Macchi: ergastolo a Stefano Binda. La madre: non meritava una morte così

ergastolo Stefano Binda

Aggiornamento 14.31 - Sulla condanna all’ergastolo di Stefano Binda per il delitto Macchi arrivano le reazioni a caldo di legali, pubblica accusa e familiari della vittima: "Siamo in coscienza convinti che la soluzione adottata sia ingiusta" dice l’avvocato Sergio Martelli, uno dei difensori di Binda. Secondo il legale è una "sentenza inaspettata anche se, trattandosi di un processo mediatico che ha fatto la storia di un tribunale, sapevo che il peso sarebbe stato notevole, non so poi se questo ha influito. Aspettiamo le motivazioni e vedremo, andremo avanti". Di un giorno di sollievo parla invece il pg di Varese Gemma Gualdi "perché finalmente è stata stabilita una verità processuale che corrisponde a quella storica" . Tuttavia è anche "un giorno di dolore, per i familiari della vittima ma anche per il colpevole. Comunque è un'affermazione dello Stato e di tutte le persone che hanno voluto la verità". Il pg aveva chiesto la massima pena per Binda. Paola Bettoni, la made di di Lidia Macchi, ha sentimenti contrastanti: "Da una parte sono contenta, dall'altra penso a una mamma che si trova con un figlio in una situazione così, io ho perso mia figlia ma anche lei. Lidia non meritava un morte così".

Ergastolo a Stefano Binda per l'omicidio di Lidia Macchi, il delitto della studentessa di 21 anni uccisa con 29 coltellate a gennaio del 1987 e il cui cadavere venne trovato in un bosco a Cittiglio (Varese).

I giudici della Corte d'assise di Varese hanno condannato oggi all'ergastolo Stefano Binda che era l'unico imputato per il delitto Macchi. Il legale di Binda aveva chiesto che l'uomo fosse assolto con formula piena.

Il delitto Macchi: storia di un mistero lungo 30 anni

Il cadavere di Lidia Macchi venne rinvenuto il 7 gennaio di 31 anni fa in un boschetto del varesotto. La ragazza era scomparsa due giorni prima: andata a trovare un’amica in ospedale non aveva fatto più ritorno a casa. Le indagini si concentrarono dapprima su un prete che conosceva bene Lidia, poi prosciolto da ogni accusa.

Dopo anni senza nessun colpo di scena, nel 2013 viene accusato del delitto Macchi Giuseppe Piccolomo, un ex imbianchino poi scagionato nel 2015. L’anno successivo viene invece arrestata una terza persona in relazione all’omicidio, Stefano Binda condannato oggi all’ergastolo.

Ma perché l’uomo, ex compagno di scuola di Lidia, avrebbe commesso l’omicidio? Secondo gli investigatori l’uomo stuprò e uccise Lidia "perché considerava l'atto sessuale come un tradimento da punire con la morte". Insomma secondo i pm Binda violentò la ragazza e poi la accoltellò a morte perché "si era concessa ma non avrebbe dovuto farlo per via del suo credo religioso".

Binda, con un passato da tossicomane, oggi ha 49 anni. Come Lidia frequentava gli ambienti di Comunione e Liberazione. L'uomo venne individuato come sospetto grazie a una lettera anonima in cui veniva raccontato il delitto, o meglio grazie a un confronto calligrafico tra una lettera inviata ai familiari di Lidia nel giorno dei funerali e delle cartoline spedite 30 anni fa da Binda a un’amica, amica che a giugno 2017 riconoscendo nella missiva anonima pubblicata su La Prealpina la scrittura del 49enne lo fece arrestare.

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