Manduria, pensionato picchiato a morte. Si allarga l'indagine e spunta un altro caso sospetto

La morte di Antonio Cosimo Stano, il pensionato di 65 anni deceduto lo scorso 23 aprile all'ospedale Giannuzzi dopo quasi 20 giorni di agonia in seguito alle numerosi aggressioni subite da un gruppo di giovanissimi a Manduria, rischia di scoperchiare un vaso di Pandora, a patto che non sia l'omertà dei cittadini a vincere.

Le responsabilità dei giovanissimi sono in fase di accertamento - 8 sono stati fermati con l'accusa di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona, mentre in totale sono 14 le persone indagate dalla Procura di Taranto - ma in tantissimi erano a conoscenza di quanto accadeva da tempo al pensionato, preso di mira da mesi non soltanto in casa, ma anche all'esterno, in pubblico, mentre i residenti della zona potevano udire benissimo le urla dell'anziano.

A rompere il muro di omertà che è stato subito alzato dopo il ricovero di Stano in ospedale ci ha pensato una ragazzina di 16 anni, fidanzata di uno dei minorenni fermati. La giovanissima si è presentata in commissariato insieme alla madre per consegnare i filmati delle violenze sull'anziano che erano stati condivisi dai responsabili via Whatsapp, con l'invito a non diffonderli all'esterno del gruppo.

La 16enne, stando a quanto riferisce oggi La Repubblica, avrebbe fornito i nomi dei responsabili e indicato anche quelli di alcuni adulti che da giorni starebbero provando ad inquinare le prove, inclusi i genitori di alcuni degli indagati. Tutto è avvolto dal massimo riserbo, ma il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo ha già fatto sapere che il numero degli indagati potrebbe salire ulteriormente visto che le indagini si stanno concentrando anche "sulle responsabilità di chi sapeva e non ha segnalato".

I video circolavano in tutta la città di Manduria

Chi aveva visto quei video? Secondo Pina Montanaro, procuratore del tribunale per i minori, tantissime persone a Manduria non erano soltanto a conoscenza delle violenze contro l'anziano, ma avevano visto i video girati dai giovanissimi: "I video circolavano non solo nelle chat ma in tutta la cittadina di Manduria. In tanti sapevano".

È una cosa impressionante. Non c'è strattonamento, non c'è sputo, non c'è aggressione, non c'è violenza che non sia stata ripresa e mandata nel web. È tutto documentato dagli stessi autori del reato, è tutto ripreso e trasmesso via web.

Nel mirino degli inquirenti potrebbero finire anche i servizi sociali di Manduria, che sarebbero stati informati da una professoressa di uno dei minorenni indagati e non sarebbero intervenuti tempestivamente. La donna sostiene infatti di aver fatto una segnalazione diverse settimane prima del decesso, segno che quegli abusi andavano avanti da tempo. Perché non si è intervenuti per tutelare l'anziano?

I vicini di casa dell'uomo avevano fatto delle segnalazioni alle forze dell'ordine, intervenute la prima volta nell'abitazione di Antonio Cosimo Stano il 14 marzo scorso. In quell'occasione il 65enne aveva riferito di essere preso di mira e perseguitato da un gruppo di giovanissimi arrivati anche a sfondargli la porta di casa a calci ed aggredirlo nella sua abitazione. L'uomo rifiutò di essere portato in ospedale e al momento non è chiaro se quella denuncia abbia avuto un seguito o meno.

L'interrogatorio dei giovani fermati

A fornire qualche elemento in più potrebbero essere gli stessi giovanissimi fermati e indagati. Uno di loro, uno dei due maggiorenni coinvolti, ha già parlato con gli inquirenti e tentato di chiarire il proprio coinvolgimento. Il 19enne ha riferito di aver iniziato a frequentare quel gruppetto di minorenni circa un mese fa e di aver partecipato a diversi raid contro Stano: "Urlava implorando con disperazione: state fermi, state fermi".

Le indagini stanno procedendo a 360 gradi e nelle ultime ore si è fatto avanti il sospetto che il gruppetto di aggressori non avrebbe preso di mira soltanto l'anziano, ma anche un'altra persona descritta dagli inquirenti come un "soggetto debole" di cui sono state rinvenute tracce nei telefoni cellulari degli indagati.

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