Elisa Pomarelli e i vergognosi titoli dei media italiani: il Giornale chiama l'assassino "gigante buono"

Ricostruzioni pietose che parlano di una brava persona diventata cattiva per amore.

Giornale chiama gigante buono un assassino

Ma si può usare l'espressione "gigante buono" con riferimento a un assassino che ha ammazzato una donna a mani nude, strangolandola, e poi ne ha nascosto il cadavere per 12 giorni? No che non si può, se si ha un po' di sale in zucca, invece il Giornale è riuscito in questa impresa in un articolo firmato da Luca Fazzo e titolato "Il gigante buono e quell'amore non corrisposto", come se stesse parlando di una favoletta e non di un omicidio.

Nell'articolo si parla di Massimo Sebastiani, il 45enne che ha ucciso l'amica 28enne Elisa Pomarelli, come di un individuo "forse un po' tocco ma non pericoloso, una sorta di gigante buono sempre pronto a dare una mano". E vengono anche riportatate, in discorso indiretto, presunte parole di "amici e famigliari di Massimo" che dicono "Se Elisa non lo amava perché continuava a uscire con lui, a andarci in vacanza, insomma a illuderlo?".

Il giornalista poi specifica, alla fine del pezzo:

"Solo nei prossimi giorni capirà cosa si è rotto, cosa ha scatenato Sebastiani, trasformando in odio la sua funzione di amore. Un rifiuto, una gelosia fondata o meno, o semplicemente la resa di fronte alla propria inadeguatezza? E in queste ore prende sostanza una ipotesi che già da giorni i carabinieri formulavano: che non sia stato un delitto di impeto, ma un piano criminale mediato e organizzato con calma, nel tempo. E alla fine messo in pratica"

Un piano criminale che non ha impedito di usare l'espressione "gigante buono" addirittura nel titolo. Anche altre testate hanno usato espressioni per nulla adatte alle circostanze come "un raptus per troppo amore" o ancora "l'amava, ma lei l'aveva respinto", "ha pianto molto" per sottolineare l'umanità dell'assassino. Tutte espressioni che, ne siamo certi, non avrebbero usato se l'omicida fosse stato un extracomunitario, perché l'Italia, oltre a essere un Paese maschilista è ancora un Paese razzista.

Ovviamente tutto questo ha scatenato una reazione. L'associazione di giornaliste Giulia, che da anni si occupa del linguaggio utilizzato dai media in riferimento al femminicidio, ha scritto un post in cui evidenzia l'assurdità del caso e ricorda che anche chi ha firmato il Manifesto di Venezia è incappato in errori madornali:

"Cpo Fnsi, Cpo Cnog, Cpo Usigrai e Giulia si impegnano ancora di più per una formazione sui contenuti del Manifesto di Venezia, sottoscritto da centinaia di colleghe e colleghi - per quello che riguarda il servizio pubblico, inserito nel contratto giornalistico della Rai - ma ancora scarsamente conosciuto e applicato. Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso e in uno sfruttamento a fini 'commerciali', per qualche copia o qualche clic in più: l'attivazione dell'Osservatorio sul Manifesto e i corsi devono essere accompagnati da una diversa sensibilità nel racconto dei femminicidi, senza trasformare l'informazione in sensazionalismo, causa principale di una perdurante asimmetria di genere"

Il Presidente dell'Ordine dei Giornalisti Carlo Verna ha detto a riguardo:

"A prescindere dal caso di giornata, è inaccettabile l’incultura della superficialità nel trattare, anche nella scelta dei termini, i casi di femminicidio"

E ha annunciato che nella prossima riunione chiederà alla commissione Pari Opportunità di avviare un'azione di monitoraggio costante, anche per eventuali segnalazioni ai consigli di disciplina competenti. Verna ha fatto un appello al Governo affinché sia posta un'adeguata attenzione alle questioni che riguardano le informazioni e i corretti termini da usare.

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