Garlasco, Alberto Stasi non ci sta: "Mi sento impotente, io sono innocente"

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Dopo la scioccante notizia dell'arresto di Alberto Stasi, arrivata come un fulmine a ciel sereno ieri direttamente da Garlasco, l'omicidio di Chiara Poggi sembrerebbe ormai risolto. In realtà, per ora, non è proprio così.

Il fermo di Alberto Stasi è arrivato dopo che un semplice indizio si è trasformato in prova. Abbastanza per arrestare il fidanzato di Chiara. I Ris hanno consegnato i loro risultati, il loro lavoro per ora è finito, ora tocca alla giustizia, che probabilmente non avrà vita facile.

Abbiamo già avuto un esempio recente di processo complicato: quello di Annamaria Franzoni, quello di Cogne. Anche in questo caso ci siamo trovati di fronte ad un arresto non semplice. Alberto Stasi, dopo l'interrogatorio di ieri, non ha confessato, anzi. Non ha versato nemmeno una lacrima in caserma, ma è si detto del tutto innocente.

"Mi sento crocifisso, sono a posto con la mia coscienza ma mi sento impotente sto male e posso solo aspettare. Sono innocente. Con l'omicidio di Chiara non c'entro niente". Questa le sue parole.

Ma cos'ha incastrato Alberto Stasi? Quale prova delle tante raccolte in questo lungo mese di indagini? 

Riteniamo opportuno, dopo questa introduzione, riportare un ottimo articolo de La Stampa che riesce a rispondere alla domanda appena posta ma analizza anche la situazione di Garlasco, facendo riferimento ad alcuni dei protagonisti della vicenda.

Tratto da La Stampa: Non c’è l’arma, manca ancora un movente. Ma quarantatre giorni dopo il procuratore capo di Vigevano Alfonso Lauro è più che soddisfatto: «Abbiamo delle prove, non più solo degli indizi». Le prove sono infilate in una cartellina sulla sua scrivania con il timbro del Ris dei carabinieri di Parma che - come promesso - hanno finito ieri di analizzare ogni traccia sul luogo del delitto e non solo. «Sono state trovate tracce del Dna di Chiara su alcuni oggetti che non dovevano averne secondo la ricostruzione del fidanzato», ripetono gli investigatori, illuminati da quella goccia di sangue spuntata da un pedale di una bicicletta di Alberto Stasi. Una goccia di sangue che secondo gli investigatori ha una sola spiegazione: si tratta di una traccia lasciata dalle scarpe di Alberto, una traccia che questo ragazzino biondo con gli occhi di tutti addosso avrebbe lasciato dopo aver ucciso, dopo essersi ripulito per bene senza spargere indizi, dopo aver studiato una messinscena precisa fino all’ultimo dettaglio.

«Lui ha detto di essere andato in auto quella mattina a casa di Chiara. Su una sua bicicletta ci sono tracce di sangue. Qualcosa non quadra», ripete uno degli investigatori che ha partecipato alla riunione di ieri mattina in procura a Vigevano, il fascicolo dei Ris sul tavolo, l’ordine di fermo pronto in un attimo, la Stilo dei carabinieri con il maresciallo Marchetto che sgomma dalla caserma di via Dorno a Garlasco, infila due curve e si ferma davanti alla villetta di via Carducci con la doppia transenna dei vigili all’ingresso. La villetta che da quarantadue giorni è un po’ il carcere di Alberto Stasi, l’unico sospettato dell’omicidio della fidanzata, l’ultimo a vedere in vita Chiara Poggi, il primo a trovarla morta. Il ragazzo per bene che da quarantadue giorni ripete: «Non sono stato io». Lo studente modello che finisce prima in caserma a Vigevano e poi in carcere senza cambiare una virgola della sua versione e anche questo spiazza tutti.

Spiazza quelli che in paese non vogliono crederci. Spiazza Paola Cappa, la cugina di Chiara che dopo essersi inventata un fotomontaggio per finire in televisione adesso parla come un politico sotto processo: «Non mi strapperà alcuna emozione». E alla fine spiazza pure la madre di Chiara, Rita Preda, la borsa della spesa in mano,prima di infilarsi in auto e scappare via con la sua angoscia: «Questa cosa non fa che accrescere il mio dolore...». Che potesse finire così, lo sapevano tutti. Lo sapevano i carabinieri che dalla prima sera hanno interrogato per ore e ore Alberto Stasi, facendosi spiegare mille volte ogni attimo di quella mattinata, raccogliendo contraddizioni su contraddizioni: le scarpe troppo pulite di lui, il viso che dice di aver visto così chiaro di lei. Quarantadue giorni a ribaltargli la vita, a misurare con il cronometro i suoi spostamenti, a verificare ogni sua affermazione. Quarantadue giorni a cercare riscontri su riscontri - oltre 160 persone interrogate - e va a finire che la risposta magari c’era già il primo giorno, quando la signora Franca che abita nella villa di via Pascoli a fianco di quella di Chiara Poggi, ricorda di aver visto «una bicicletta nera da donna, nè nuova nè vecchia, senza cestino», appoggiata al muro nelle ore in cui Chiara veniva uccisa.

A casa di Alberto ne trovano due di biciclette. Una bianca un po’ vecchiotta e una nuovissima. Non sono nere, non sono da donna, ma c’è quella gocia di sangue che reagisce al Luminol e accende di una nuova luce tutta questa storia che ha ancora troppe zone buie. Altri indizi finiscono nel nulla, i capelli che Chiara stringe in pugno sono suoi, non ci sono impronte decisive di Alberto Stasi sul luogo del delitto. E poi manca l’arma con cui è stata uccisa Chiara e uno straccio di movente. Uno qualsiasi in quarantadue giorni non è stato trovato. Eppure gli hanno ribaltato la vita, messo sotto torchio gli amici più stretti, sentito e risentito tutti quelli che avevano avuto a che fare con lui e Chiara, coppia normale, troppo normale secondo il procuratore capo di Vigevano Alfonso Lauro che era arrivato quasi al punto di arrendersi: «Ci sono indizi, mancano le prove. Quasi quasi ci vorrebbe un numero verde per raccogliere le segnalazioni anonime».

E invece è bastato aspettare quarantadue giorni, che si illuminasse quell’unica goccia di sangue al posto giusto nel momento giusto. Manca l’arma del delitto, manca il movente, nessuno ha confessato e alla fine sono tutti qui a guardare il viso da ragazzo per bene di Alberto Stasi che rispunta nei telegiornali e in paese c’è chi si chiede se non c’è il rischio che finisca tutto come a Cogne, l’altro paese dove non è ancora finito niente.

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