Garlasco, sotto gli ultravioletti dei Ris un mondo che non vorremmo conoscere

chiara--140x180.jpg

Sabina Marchesi, curatrice del blog Notitia Criminis, ripartito da pochi giorni dopo aver cambiato autore, ha pubblicato un'interessante riflessione sul giallo di Garlasco, su Alberto Stasi, sull'omicidio di Chiara Poggi e... sul caso Cogne.

Non solo, il suo post si spinge oltre , invitandoci a riflettere sul ruolo cruciale di Ris, che negli utlimi casi di cronaca hanno avuto un ruolo cruciale.

di Sabina Marchesi

Le similitudini non si contano più. Garlasco come Cogne. Il primo sospettato, l'unico indagato, l'unico presente sulla scena el delitto, il primo ad aver scoperto il corpo, quello che ha dato l'allarme, quello che ha chiamato i soccorsi.

Come Cogne il colpevole potrebbe essere proprio chi quella vita avrebbe dovuto amarla e proteggerla e non certo spezzarla. Proprio come Cogne sono i rilievi sulla scena del delitto, quelli che non tornano.

Tracce che ci dovrebbero essere ma non ci sono, tracce che ci sono e non ci dovrebbero essere. L'assassino si è lavato le mani in bagno e ha lasciato le impronte delle sue scarpe, 41-43, Alberto Stasi invece "non" ha lasciato le sue impronte sul muretto che asserisce di aver scavalcato. Impronte di scarpe, come furono impronte di zoccoli quelle del caso Cogne.

Anche qui il primo campanello d'allarme è la telefonata al 118. Gli operatori del pronto intervento sono persone addestrate, pronte ad ogni evenienza, ma sono anche persone che quotidianamente, giorno dopo giorno, ascoltano centinaia, migliaia di altre persone che chiamano per chiedere aiuto. Persone disperate, in preda al panico, che urlano, che mormorano, che sussurrano, che balbettano. Ma in entrambi i casi, sia a Cogne che a Garlasco, gli operatori del pronto intervento, per primi hanno affermato che la persona che ha telefonato era diversa. C'era qualcosa nel suo atteggiamento di strano, anormale, atipico. Sono informazioni vaghe, si sa, dettagli, sfumature, ma per persone che lavorano tutto i giorni in condizioni di emergenza, a volte anche i dettagli possono acquisire importanza.

Ci pensa poi il Ris
, in ambi i casi, a trasformare le sensazioni in prove.
 
E ancora sia nel caso di Cogne che in quello di Garlasco sono i parenti gli ultimi a convincersi.  Il marito, il padre e i fratelli di Annamaria Franzoni ancora negano a dispetto di qualsiasi sentenza. La madre di Chiara Poggi invece ha detto che per loro l'arresto di Stasi è solo una soluzione che amplifica un dolore, che aggiunge sofferenza a sofferenza, la peggior soluzione possibile, come a sperare che non sia vero.

E ancora Alberto come Annamaria
. Lui con quel viso da bravo ragazzo biondino, esile, con gli occhi chiari, proprio il ragazzo che ci si augurerebbe per nostra figlia. Lei con quel suo viso da brava moglie, donna assennata e madre di famiglia. Con gli occhi scuri, il viso aguzzo e la frangetta. Proprio lei che le mamme del paese consideravano come un esempio.

 "Abbiamo le prove, non più indizi": lo ha detto il procuratore della Repubblica di Vigevano Alfonso Lauro, mentre Alberto Stasi è sotto interrogatorio a Vigevano, ma noi l'avevamo sentito anche nel caso di Cogne. Tutto risolto. "Cogne finalmente la verità". E dopo non si sa più quanti processi, ancora quanti sono i dubbi che restano. Se non fosse per le prove, per i test, per le risultanze del Ris, per la tabella temporale, per gli zoccoli e il pigiama, per le testimonianze dei primi soccorritori, per quei gesti tanto anomali segnalati dagli operatori del pronto intervento e dagli elicotteristi, ci crederemmo ancora, che non è stata lei. Proprio come i suoi parenti, a dispetto di tutto, e contro ogni sentenza. Pur di non ammettere una verità così  terribile, che squarcia il cuore.
 
Annamaria Franzoni che durante la chiamata al 118 si esprime in maniera anomala, spaventata sì, agitata sì, ma le frasi che usa, le parole che sceglie sembrano avere una nota di sottofondo stridente. E Alberto Stasi che pure lui chiama il 118 e si esprime con una atipica capacità di controllo. «Un'ambulanza in via Giovanni Pascoli». Solo dopo le domande dell'operatore dice genericamente: «Credo che abbiano ucciso una persona». E l'operatore conferma che era controllato, di non aver sentito nemmeno una nota di panico o di dolore vibrare in quella voce.

Annamaria Franzoni che non sale sull'elicottero accanto a Samuele morente. E Alberto Stasi che non si avvicina al corpo di Chiara, anche se ammette di non sapere nemmeno se sia viva o morta.

Ma come sempre sarà la prova del Dna a fornire il responso definitivo, e come sempre saranno la tecnica e la scienza, non influenzata dalla mente umana, a scrivere la parola fine su un altro dramma familiare che dimostra ancora una volta come il male non sia fuori dalla nostra porta, ma spesso dentro. E' inutile chiudere a chiave, sprangare le finestre e montare allarmi antifurto, innalzare recinzioni elettrificate e sguinzagliare i dobermann in giardino.

Come Erika e Omar, come Annamaria Franzoni, come Doretta Graneris, come Maria Patrizio, il vero mostro è spesso dentro la nostra stessa casa, vive con noi, dorme con noi, respira con noi.

Viene quasi da chiedersi:  "ma allora senza Dna, senza il Ris, senza i rilievi sulla scena del crimine, quante famiglie sono state sterminate dai propri cari senza che nessuno tra amici, vicini e parenti sospettasse nulla?"

Tante. Tante come le onde del mare, tante come i granelli di sabbia. Così come sono tanti gli assassini consolati come vittime, spesso i superstiti di un eccidio, sono sopravvissuti non per caso, non per fatalità, ma per costrutto. Chi sopravvive, spesso, è l'unico colpevole.

Lo insegna il caso Lizzie Borden, Fall River, Massachussets, 19 luglio 1860. Quando una brava ragazza di buona famiglia vittoriana, in una calda estate torrida, leva un'ascia per uccidere il padre e la matrigna. Nonostante il lasso temporale dimostri che lei è l'unica ad aver potuto commettere il fatto, nonostante gli abiti insanguinati, le testimonianze su litigi e dissapori, le reazioni anomale e comportamentali, le contraddizioni in cui Lizzie cade durante le indagini, i puritani cittadini di Fall River non credono possibile che una fanciulla dolce, tranquilla e morigerata possa di colpo uccidere e sterminare la sua famiglia schizzando sangue e materia cerebrale dappertutto.

Via, andiamo... Una fanciulla vittoriana che impugna un'ascia? Una madre che uccide il suo bambino? Un fidanzatino che massacra la sua ragazza e poi la getta dalle scale? Ma stiamo scherzando, vero?

Non è il mondo che è cambiato, siamo noi che dai tempi di Caino e Abele, come le tre scimmiette della favola, ci rifiutiamo di vedere, di sentire e di parlare. Per questo ci serve il Ris, perchè alla luce degli ultravioletti gli esperti ci possano mostrare com'è fatto davvero quel mondo che in fondo preferiremmo non conoscere.

  • shares
  • Mail
5 commenti Aggiorna
Ordina:

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO