Rignano, riflessione su una tragedia sbattuta troppo presto sui giornali

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UPDATE 18.00: Anche Franca Corradini, curatrice di A Scuola di bugie, ha pubblicato un rabbioso post sull'argomento, che vi invitiamo a leggere andando qui.

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Un'interessante riflessione della nostra blogger Sabina Marchesi, curatrice di Notitia Criminis, sul caso di Rignano Flaminio.

di Sabina Marchesi  

Il 19 Maggio del 1983 negli Usa, Diane Dows tentò di uccidere i suoi tre figli, Cheryl di 7 anni, Christie di 8 anni, e il piccolo Danny di appena 3 anni, a colpi di arma da fuoco, ferendosi lei stessa e simulando un’aggressione a scopo di rapina. Diane Dows quella sera, dopo aver messo in atto il suo crimine, guidò con calma dal luogo della presunta aggressione fino al Pronto Soccorso più vicino.

Con calma, con estrema calma, perché voleva arrivarci quando i bambini, che rantolavano sui sedili della macchina, fossero morti. Ma non ci riuscì. Due dei bimbi si salvarono, anche se gravemente infortunati. Danny riportò una paresi su tutto il corpo e finì costretto su una carrozzella, ma aveva solo tre anni, decisamente troppo piccolo per testimoniare.

Una delle bambine più grandi, cui Diane aveva riservato due colpi, era morta. L’altra era sopravvissuta ma in comprensibile stato di shock e con un braccio completamente inservibile. I detective che svolsero le indagini e il Procuratore Distrettuale sapevano benissimo chi fosse la vera colpevole, sapevano che era stata lei, la madre, Diane Dows. Ma avevano acquisito questa certezza solo in base alle pure prove indiziarie. In sintesi ridotte a due elementi basilari.

Il suo comportamento non conforme agli standard quando si presentò, ferita e con i bambini morenti al Pronto Soccorso, e l’asciugamano con cui si era tamponata l’avambraccio. Quella ferita non solo si trovava in una posizione “facile” e “poco dannosa” ma era inoltre molto “adatta” per chi avesse voluto spararsi da solo.

Inoltre l’asciugamano nel quale aveva avvolto il braccio non era stato preso a caso per fare quella fasciatura improvvisata, ma, ricostruendo la disposizione delle macchie di sangue, risultava chiaramente già predisposto e accuratamente piegato perché servisse alla bisogna. Dunque, “loro” sapevano che era stata lei. Allora le indagini, il profilo psicologico, gli esami della sua personalità, le testimonianze di parenti amici e familiari, servirono solo per completare il quadro, per fornire il movente e ulteriori prove indiziarie. Rimaneva però da provarlo, inconfutabilmente, in un’aula di Tribunale.

Ma negli Stati Uniti, sulle incriminazioni, sono molto rigidi. Un processo basato solo su prove indiziarie non avrebbe grandi possibilità di concludersi con una condanna certa. E per quel delitto, così grave e immotivato, di una madre che uccide i suoi figli, gli inquirenti “volevano” una condanna certa.

Così aspettarono il tempo necessario. Il tempo necessario per far cosa? Per stabilizzare i bambini e poterli interrogare in condizioni ottimali. Perché solo lei, la figlia sopravvissuta di 8 anni, unica testimone oculare attendibile, avrebbe potuto incastrare sua madre, testimoniando contro di lei. Ma parlare del fatto, indagare sui suoi ricordi, porre domande o anche solo sollevare l’argomento, sarebbe stato un modo per “inquinare” i suoi ricordi. Pur nel desiderio sacrosanto di fare giustizia, gli inquirenti tennero conto di quanto possano essere labili le menti dei bambini, di come anche i disegni o i gesti involontari siano comunque soggetti alle influenze ambientali e alle pressioni provenienti dall’esterno, a qualsiasi tipo di condizionamento anche non voluto.

I bambini sono come spugne, assorbono dall’ambiente le minime variazioni, recepiscono elettricità nell’aria, ascoltano, spesso non visti, i nostri discorsi, percepiscono e metabolizzano ogni singola emozione. Come del resto le menti di tutti i possibili testimoni se sottoposte a pressioni. Fred Hugi, Procuratore Distrettuale di Sprinfield, in Oregon, mise i bambini sotto un programma di sicurezza, li affidò a una coppia di genitori adottivi sperimentati e addestrati e in condizioni di totale neutralità li condusse fino al grado di consapevolezza “accettabile” per il rilascio di una testimonianza.

Fu nel salotto della famiglia adottiva che la piccola Christie, molti mesi dopo, ricostruì per la prima volta la tragedia, spostando i divani come se fossero i sedili della macchina. Alla presenza di uno psicologo, mimò i movimenti che la madre aveva compiuto quando era scesa dall’auto, aveva fatto il giro, e aprendo gli sportelli aveva sparato contro i suoi figli, un colpo per uno, uno alla volta, compreso il colpo di grazia per Christine, che era seduta davanti.

Lo fece con tale convinzione da abbassare istintivamente la testa, quando impersonava sua madre che si affacciava nell’abitacolo per sparare contro di lei e contro il suo fratellino, sul sedile posteriore, come se davvero ci fosse il tettuccio della macchina da evitare e come se lei fosse alta quanto sua madre. Questo convinse gli inquirenti che il processo si poteva fare e che il colpevole sarebbe stato inchiodato alle sue effettive responsabilità. “Queste” sono le ricostruzioni attendibili di una testimonianza negli Stati Uniti.

Da noi siamo sicuri che succeda proprio così? Quando a tanti anni di distanza dalla testimonianza forzata di Gabriella Alletto nel caso della morte di Marta Russo, nessuno, a quanto sembra, è più riuscito a ricostruire la “reale” verità dei fatti? Colpevoli o innocenti che siano, terribile o meno che sia il reato, la giustizia non sarà mai libera di fare il suo corso fino a quando le testimonianze non saranno rese secondo regole e condizioni di totale “sicurezza”. E’ troppo facile influenzare un bambino, tutti abbiamo figli, provate a fargli delle domande “mirate” e vedrete cosa vi risponderanno. La mente di un testimone, come la scena del delitto, una volta inquinata non è più “probante”.

Che ci siano dei colpevoli a Rignano Flaminio è fuori di dubbio, che forse non si arriverà a perseguirli tutti è altrettanto certo, che le nostre scuole, forse, non siano abbastanza sicure, lo si può presumere. Ma che questo, attenzione, non diventi il solito fuoco di paglia in cui si demonizzano le istituzioni o si fa di ogni erba un fascio. Ricordiamo il caso di Gino Girolimoni, nel 1927, considerato erroneamente colpevole dell’omicidio di quattro bambine e mai più riabilitato. Uno dei casi di errore giudiziario più eclatanti della nostra storia. Anche nel suo caso furono delle testimonianze inattaccabili a trascinarlo nella vergogna e nel disonore, un abisso dal quale non è mai più riemerso.

A fronte di un colpevole lasciato libero a vagare per le strade della città mai più identificato. Compromettere un indagine non vuol dire solo coinvolgere degli innocenti, ma spesso anche fare in modo che non tutti i colpevoli vengano puniti o che se puniti non siano puniti nel giusto grado. E questo è un rischio da tenere ben presente, spesso nel desiderio spasmodico di “favorire” la giustizia, non si fa altro che ostacolarla.

Ci sono percorsi precisi che vanno seguiti e modalità specifiche che andrebbero praticate “senza” interferenze e da figure altamente specializzate. Lasciamo dunque che la magistratura faccia il suo lavoro, sperando che gli psicologi abbiano fatto il possibile per preservare l’attendibilità delle testimonianze e soprattutto la salute mentale dei bambini coinvolti. Sarebbe inutile riandare a esaminare tutti i casi di cronaca in cui parenti, genitori e amici di famiglie di piccole vittime di violenza, vera o presunta, sono stati condannati ingiustamente o indotti al suicidio da processi troppo sommari spesso svolti fuori dalle aule di un tribunale. Uno su tutti basterà per ricordare il clima della caccia al mostro.

In questi giorni si è aperto il processo della Strage di Erba. Vogliamo ricordarci chi “era” allora, l’assassino? Quello contro chiunque di noi avrebbe puntato il dito, quello che chiunque di noi avrebbe appeso volentieri sotto la quercia del villaggio? Lo straniero, il paria, il diverso. Bene che allora adesso non diventino dei diversi tutti i bidelli, i maestri o gli insegnanti che crescono i nostri figli e che soprattutto non si insegni ai nostri figli la paura e la diffidenza sopra ogni cosa. Che il grido di allarme “non accettare caramelle dagli sconosciuti” non giunga mai a significare niente di più che una sana ed elementare prudenza e non una caccia alle streghe indiscriminata. Perché, ricordiamocelo sempre, è da come cresciamo i nostri figli che dipenderà il mondo di domani.

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