Garlasco, strage di Erba, Cogne: fenomenologia del sensazionalismo

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Ci sono fatti di cronaca che attirano la morbosa attenzione dei lettori, del pubblico televisivo, degli "opinionisti da bar" che discutono di tragedie tra un cappuccino e una brioche.

C'è il giallo di Garlasco, che si porta dietro le polemiche per indagini infinite che ancora non hanno dato un volto all'assassino di Chiara Poggi, c'è la strage di Erba, dove i coniugi Romano hanno prima confessato e poi ritrattato dichiarandosi innocenti, c'è il caso Cogne, dove una madre condannata due volte continua a dichiararsi innocente.

Un mix micidiale che scatena giornli e televisioni, blog e settimanali. La gente vuole sapere, la gente chiede spiegazioni: i mezzi d'informazioni forniscono risposte a modo loro, puntando sul sensazionalismo più che sulla spiccia cronaca.

Fabrizio Corona è uno di quelli che, a modo suo, è riuscito a cavalcare le tragedie portando in primo piano l'aspetto mediatico a scapito di quello tragico. Ma chi si occupa dei delitti italiani facendo finta di comprendere il dolore, è migliore o peggiore di Corona? Eppure è proprio uguale a lui?

Leggiamo qui che esce in questi giorni in libreria “Vicini da morire” di Pino Corrias (Mondadori, 246 pagine, 15 euro) che ricostruisce la storia della strage di Erba, i personaggi, gli intrecci, la geografia di uno dei delitti più inspiegabili e contemporaneamente piu’ significativi dell’Italia di oggi.

Dagospia anticipa una parte del diciannovesimo capitolo, che in parte riportiamo qui sotto.

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Sarà pure una coincidenza, ma in uno dei giorni più cupi di questa storia, quello ventoso del funerale in Tunisia, spunta Fabrizio Corona, il re delle paparazzate più fatue e dei veleni in formato Nikon digitale. Compare con gli stivali pitonati a punta, il gessato scuro, la pelle abbronzata, le catene d’oro al collo, i capelli raccolti e inzuppati nel gel, all’aeroporto di Malpensa, settore imbarchi internazionali, volo Tunis Air delle 17, destinazione Tunisi.

E’ a metà della fila, con borsa Vuitton, mentre davanti a lui stanno passando i controlli di polizia i membri superstiti della famiglia Castagna, il sindaco di Erba, una manciata di assessori, due amiche di famiglia, una decina di fotografi spediti dai settimanali, sei operatori delle maggiori emittenti tv, una dozzina di giornalisti della carta stampata. C’e’ tensione.

I giornalisti non perdono di vista i Castagna. Gli amici della famiglia fanno argine. Qualcuno prova a forzarli. Ci sono spinte, proteste. Nella stiva sono già state imbarcate le due bare, quella di Raffaella e quella di suo figlio, il piccolo Youssef, ma nella superficie degli imbarchi la vita fa finta di niente. (…)

Dieci metri più indietro Fabrizio Corona e’ al telefonino. Secondo le intercettazioni disposte dal pm Henry John Woodcock, quello dell’inchiesta su Vallettopoli che lo tiene sotto controllo da ottobre e lo arresterà un mese e mezzo più tardi, sta parlando con Francesco Coco, il calciatore.
Corona: “Oh, mi sto imbarcando, ci vediamo mercoledì. Torno mercoledì. Vado in Tunisia”.
Coco: “Beato te”.
Corona: “No, vado a fare quella roba di Azouz. Sai quello che gli e’ morto la moglie e il figlio… Ho chiuso l’esclusiva per “Chi” e l’intervista per Costanzo… Quindi vado giù che c’e’ il funerale domani mattina”.
Coco: “Ah…”.
Corona: “Non e’ una bella roba. Quindi ritorno mercoledì, così chiudiamo tutto. Va bene?”.

Fabrizio Corona sembra finto e invece e’ vero. Sembra la caricatura di un gangster, con le giacche a righe, gli anelli, i tatuaggi, i muscoli, le pupe, la Bentley da 530 cavalli. Invece di mestiere produce cibo per casalinghe, sogni per i parrucchieri, brufoli di invidia per le ragazzine.

E’ nato a Catania il 29 marzo 1974. E’ cresciuto a Milano in mezzo ai giornali, magari anche soffocato dai giornali, e perciò con la voglia strafottente di avvelenare la loro anima per dispetto e per godersi le conseguenze. Il che potrebbe avere anche una spiegazione psicanalitica, vai a sapere, visto che suo padre Vittorio, invece i giornali li amava, li inventava, li accudiva.

Ho conosciuto Vittorio Corona ai tempi in cui creò “Moda” e “King”, i più allegri e intelligenti mensili dei tristi Anni 80, quelli di Craxi, di Andreotti, della truffa collettiva dei Bot, della moltiplicazione del debito pubblico. In controtendenza con l’ossessione del denaro e del cinismo montante, i suoi giornali giocavano a sorpresa con il nuovo star system televisivo, il divismo da tabloid. Sceglievano l’ironia anche nelle foto: mai enfasi, ma tagli di luce spiazzanti, E nelle storie scritte una chiave per trasformare anche la vita quotidiana in un’avventura e una scoperta.

L’ho rivisto mentre, nei mesi elettorali del 1994, fabbricava la prima pagina de “La Voce”, il quotidiano appena fondato da Indro Montanelli. Vittorio lavorava fino all’alba. C’erano pochi soldi e zero mezzi. Per affetto teneva il vecchio all’oscuro di tutte le difficoltà. Ogni tanto – visto che Indro fronteggiava l’insonnia dentro alla sua doppia stanza del Residence Maria Teresa con la sola compagnia della sua Olivetti Lettera 22 - lo chiamava di notte per rassicurarlo: “Ce la faremo”. (…) “La Voce” campò pochi mesi, a cavallo tra il 1994 e il ’95 causa pochi lettori, poca pubblicità, “nemici spietati”. Chiuse senza rancori, Montanelli ringraziando i lettori, Corona “gli amici coraggiosi”.

Perché Vittorio era serio nel fare e nel disfare. Non gli piaceva vivere di risentimenti. Era troppo colto, elegante, per bene. Detestava litigare, detestava apparire. Aveva passioni gentili e ironia siciliana. Aveva buon gusto. Dunque da dove viene suo figlio? Da dove arrivano le sue smanie? Da quale idea del mondo e della professione? Un giorno di giugno a Milano, me lo racconta in una conversazione con adrenalina e un po’ di prosopopea, com’è nel carattere. E’ per di più il suo periodo di massimo splendore mediatico.

Sta in classifica con il memoriale “La mia prigione”, cronaca dei suoi 80 giorni nel carcere di Milano per l’inchiesta del pm Woodcock. E’ in cima a tutti i rotocalchi. Ha raddoppiato (“rettifico: triplicato!”) il fatturato della sua agenzia. Ammiratrici ancora stazionano sotto alle sue finestre, in zona Garibaldi, Milano, ad aspettare che lui lanci le sue mutande griffate Corona’s. Parla spavaldo, parla furente.

Parte come un treno che non si ferma: “Mi piacerebbe sapere perché se Enrico Mentana fa quattro trasmissioni con Azouz e il pieno di ascolti e’ un grande giornalista. Se io invece gli organizzo le foto e una intervista, allora sono un figlio di puttana che lo sfrutta.

Bruno Vespa che campa su Cogne da cinque anni allora cos’e’? Un giornalista investigativo, un raccontatore di storie italiane, o uno sfruttatore? Io dico che siamo tutti uguali, siamo giornalisti a caccia di scoop. Facciamo tutti lo stesso mestiere e il più svelto vince. Il fine giustifica i mezzi.

“Ti racconto. Quando Azouz Marzouk compare su tutti i giornali, mi sta simpatico alla prima occhiata. Mando un paio dei miei a fotografarlo. Un giorno ci parliamo al telefono. Ci vediamo. Ci conosciamo. Mi racconta la sua storia. Mi convince. No, non ci credo che sia uno spacciatore. Non prende un grammo di roba, mai. E’ pulito. E’ per bene. E’ una vittima. In più ha la faccia che buca il video. E siccome penso che sia un buon investimento commerciale, e io al denaro ci tengo moltissimo, gli prometto che voglio fare una operazione su di lui. Lo propongo all’Isola dei famosi che mi dice prima di sì, poi no, poi ni. Io insisto, aspetto e continuo a provarci.

“Intanto c’è questa storia del funerale in Tunisia. Mi imbarco sul volo con tutta la truppa di giornalisti. Quando arrivo, Azouz mi ospita a casa sua. Ci intendiamo al volo: accetta di commercializzare. Non mi scandalizzo. Il dolore è dolore, anche se ci metti sopra dei soldi non sparisce, fa sempre male.

“Quindi è vero, lo ammetto: per le foto gli ho dato dei soldi. E allora? Non quelli che hanno scritto, 15 mila euro, ma siamo matti? Meno della metà, meno dei 5 mila che gli ha dato qualche televisione. E dopo i soldi ho fatto fare le foto. Comprese quelle “rubate”, durante la notte, nella camera ardente. Lo ammetto. Ho forzato un po’, ma è nel mio carattere.

“In televisione Azouz ce lo vedo benissimo. Perché? Perché la televisione è quella roba lì. Può non piacere, può fare paura, ma ormai è così. In Italia personaggi veri ce ne sono pochissimi e la televisione ha un bisogno continuo di personaggi per tenere la gente attaccata alle storie. Per questo la tv li pesca dalla cronaca. E più la cronaca è efferata, più il caso è scandaloso, meglio è. Prendi Lapo Elkann. Senza il transessuale non vale molto. Ma dopo la notte con Patrizia, diventa una bomba".

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