Kenya, rischio guerra civile: la paura di un nuovo Rwanda

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La situazione in Kenya sta precipitando (foto Repubblica) La Farnesina sconsiglia le partenze ma, almeno per ora, gli italiani in Kenya non sarebbero in pericolo. In problema è che giorno dopo giorno la situazione diventa sempre più rischiosa, potremmo trovarci di fronte ad una nuova tragedia in stile Rwanda, di quelle che oltre a devstare un'intera popolazione balza all'onore delle cronache per un paio di settimane e poi finisce del dimenticatoio occidentale.

Pubblichiamo qui sotto un post di Passi nel Deserto. A parlare è l'agenzia missionaria.

di Don Paolo Padrini

La situazione in Kenya sta prendendo sempre più spazio all'interno dei nostri media, e sta assumento i contorni di una guerra civile. Quasi automatico, e già proposta come possibile tesi politica, il paragome con eventi capitati non molti anni fa in Rwanda e Burundi.

Ad esprimere alcune idee chiare, moderate e "costruttive", è stato ieri il missionario Zanotelli, all'agenzia Misna. 

"La base degli scontri e' soprattutto di carattere economico...la mia esperienza di molti anni di vita in Kenya, a Korogocho, mi fa escludere decisamente che si possa arrivare a scontri interreligiosi; l'intesa tra le differenti religioni, con l'eccezione di piccoli gruppi di integralisti, e' stata sempre grande né gli islamici sono affatto coinvolti nelle vicende attuali": queste le parole del missionario comboniano Alex Zanotelli - in relazione a improbabili timori espressi da alcune fonti a proposito dell'incendio della chiesa pentecostale di Eldoret - in una dichiarazione diffusa da Napoli dove svolge ora la sua attività missionaria.

"I kikuyu, l'etnia del presidente Kibaki, ha una lunga storia di potere non solo politico, ma anche economico sin dai tempi di Kenyatta, poi continuata durante il regime di Moi (concluso dopo 24 anni nel 2002 con l'elezione di Mwai Kibaki, ndr); adesso i Luo, l'etnia di Raila Odinga, vogliono recuperare questo potere economico e certo non vorrebbero lasciarsi sfuggire l'elezione del presidente, che ritenevano a portata di mano. Credo che questa sia la ragione della violenza degli scontri, in un sistema paese che peraltro e' violento per sua natura". Padre Zanotelli aggiunge: "Il problema e' tipicamente interno e deve essere risolto internamente" aggiungendo che la comunita' internazionale potrebbe al massimo chiedere la ripetizione della consultazione elettorale. "Questo mio e' solo un tentativo di riflessione dall'esterno - conclude padre Alex - sapendo peraltro che Raila Odinga ha sempre giocato la carta del personalismo. Mi auguro solo che questo contesto non sfoci in un clima da guerra civile".

Inoltre non chiarissimo (diciamo) sembra essere stato l'atteggiamento degli Stati Uniti e della Gran Gretagna, in queste ore di crisi e precedentemente durante il periodo di campagna elettorale.

Scrive sempre l'agenzia missionaria.

"senza aggiungere gli strani atteggiamenti di chi come Washington prima è corso a complimentarsi con il vincitore e il giorno dopo, sulla scia di Londra, che ha in Kenya ancora molti interessi 44 anni dopo la concessione dell’indipendenza, si è rimangiato i complimenti, è sembrato schierarsi con l’opposizione e poi poche ore fa, come esito finale, ha invoca “a spirit of compromise”, uno compromesso tra il presidente-eletto Kibaki e il suo avversario, ma già alleato politico, Odinga. E’ difficile dire se e quante siano state le irregolarità nello scrutinio o nella trasmissione e registrazione di voti; fonti della MISNA dicono da Nairobi che sembra ragionevole ammettere possibili anomalie a favore di entrambi i candidati e che quindi le veementi prese di posizione di chiunque voglia vedere frode o brogli solo da una parte costituiscono a loro volta una frode.

Come peraltro spesso accade in circostanze di questo genere in Africa e altrove. Il problema vero è costituito da chi poi, sulla base di un risultato elettorale eventualmente indagabile in più modi, piuttosto che predisporsi a facilitare un’analisi intransigente ma pacata, comincia a dar fuoco a quella pericolosa miscela di differenze etniche già versata durante la campagna elettorale, di aspettative più o meno sensate di cambiamento a ogni costo, tipiche dei giovani socialmente più svantaggiati, e di altri elementi di puro scontro politico.

Peggio ancora se dietro tutto questo scenario forze non africane più o meno manifeste dovessero coltivare il desiderio di un Kenya instabile nel delicato scacchiere dell’Africa orientale, in particolare considerando i 3500 chilometri circa di confine con Somalia, Etiopia, Sudan, Uganda e Tanzania. Non è poi di alcun aiuto evocare incomprensibili responsabilità governative di “genocidio” - una parola ormai inflazionata e ritenuta forse “di moda” da troppi pseudodifensori di presunti diritti umani - per la crisi seguita all’annuncio dei risultati elettorali, come ha pubblicamente fatto Odinga ribadendo anche che la manifestazione da lui convocata per domani a Uhuru park nel centro di Nairobi si terrà nonostante il divieto della polizia. Nè può avere effetti positivi evocare ripetutamente fantasmi di imminente e ineluttabile guerra civile"

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