In aula, per la strage di Erba, c'è tanta indignazione e rabbia: la lettera di Beppe Castagna

bazzi%20olindo.jpg

Parlavamo giusto ieri di quei sorrisi di Olindo Romano e Rosa Bazzi, delle loro patetiche ghignate dietro quelle sbarre dell'aula di giustizia di Como, sorrisi che in un contesto come quello stridono e fanno male. Lo ribadiamo, nessuno può permettersi di togliere il sorriso ad una persona, ma il loro sembra un segno di disprezzo, di menefreghismo. E' un atteggiamento irrispettoso.

Se poi a quello aggiungiamo la notizia di ieri che riguarda il pisolino di Olindo mentre in aula si narra la tragica fine per dissanguamento del piccolo Youssef, allora forse ci rendiamo conto di essere di fronte a qualcosa di tremendo. 

Beppe Castagna, il fratello di Raffaella e figlio di Paola Galli, due delle vittime della strage di Erba, ha deciso di parlare. Anzi, di sfogarsi

Prima di pubblicare questo legittimo sfogo, tuttavia, vorremmo riportare alla luce la confessione di Rosa Bazzi, proprio quella che con minuzia di particolari delineò tutta quella tragica notte. Ora la signora, è bene ricordarlo, ha ritrattato.

«Avevamo la chiave del portoncino dei Castagna. Abbiamo raggiunto il posto in silenzio, approfittando del fatto che il marito di Raffaella era all'estero - racconta ai magistrati Rosa Bazzi. Era meglio presentarsi davanti alla loro porta in questa maniera, perché se citofonavamo non ci avrebbero aperti. Io avevo con me un coltello (probabilmente un taglia patate), Olindo un coltello e un martello».
Hanno seguito i movimenti di Raffaella per giorni. La giovane madre arrivava ad Erba alle 19.40. In casa ad aspettarla c'era la madre Paola Galli.

«Indossavamo i guanti per non lasciare impronte - continua nel verbale Rosa. Io avevo ai piedi delle pantofole di stoffa e un vestito vecchio, Olindo una maglietta e dei pantaloni. Roba che non ci serviva più e che potevamo buttare via. Siamo saliti fino al primo piano, poi abbiamo suonato al campanello».
Apre la porta Raffaella Castagna, convinta che a suonare fosse l'amica Valeria Cherubini (che abitava al secondo piano). Invece, appena la porta si apre, Olindo colpisce la Castagna al volto con il martelletto, poi la moglie affonda il coltello per dodici volte nel corpo della giovane. Alla fine un fendente alla gola.
Paola Galli ha sentito i rumori e corre nella stanza. Anche lei finisce sotto le lame dei due coniugi assassini.
Ma le urla della Galli hanno attirato l'attenzione anche di Valeria Cherubini e del marito Mario Frigerio.
I due corrono al piano inferiore. Anche Valeria cade sotto i colpi di Olindo e Rosa. Le tagliano la gola. Poi tocca a Mario. Ma stavolta la lama del netturbino finisce contro un osso del collo della vittima.
I due assassini credono di averlo ammazzato. Invece Frigerio è gravemente ferito: dopo due settimane di coma, riesce a dare una sorta d'identikit che aiuterà non poco gli investigatori.
Nel piano della Bazzi e del Romano c'è l'idea di far sparire i corpi bruciandoli.

Ma qualcosa di agghiacciante, come se non bastasse, sta per accadere.
«Il bambino, che era seduto sul divano, continuava a piangere, sembrava un matto - aggiunge Rosa Bazzi».
La donna decide che anche il piccolo deve morire. Così lo prende per i capelli, lo solleva e gli recide la gola. Poi trascinano i corpi straziati dalle coltellate, uno sopra l'altro. Prendono giornali, carta, materassi e con un accendino danno fuoco a tutto.
Ora è tempo di cercarsi un alibi e nascondere le armi, fare sparire ogni indizio che porterebbe a loro. Buttano i vestiti inzuppati di sangue, le scarpe e i guanti. I coltelli e il martello finiscono in una busta, di quelle usate per la spesa, che poi in un secondo tempo verrà abbandonata dentro un cassonetto della nettezza urbana.
Escono dal retro e salgono sulla macchina che avevano nascosto fuori dal cortile, per non fare capire che si trovavano in casa. Raggiungono Como e vanno a cenare in un McDonald's. Infine mettono in tasca lo scontrino per utilizzarlo come prova della loro assenza al momento del crimine.

Tornano a casa, in via Diaz, proprio mentre ci sono vigili del fuoco e carabinieri. Proprio mentre viene scoperto il pluriomicidio, il massacro.
Vengono ripresi dalle telecamere mentre scuotono la testa e dicono «Poveretti».
Ma nei giorni seguenti alla strage, le cimici ambientali dei carabinieri, registrano le loro parole: «Adesso si che possiamo dormire», «Si sta proprio bene», «Senti che silenzio». Già, il silenzio di una lucida follia assassina.

Ed ecco cosa ha scritto invece Beppe Castagna (lettera pubblicata da La Provincia).

Come pensare che due mostri simili possano un giorno rendersi conto dell'abominio che hanno commesso? Mi auguro che chi dovra' decidere sul loro regime di detenzione tenga conto del desiderio, credo comune, che gli venga tolta ogni possibilita' di incontrarsi da qui alla fine dei loro giorni".

Finora ha sempre cercato di evitare ogni giudizio pubblico perche' "concordo in pieno con le parole di un noto scrittore secondo cui solo il silenzio e' grande, tutto il resto e' debolezza". Ma dopo aver visto martedi' scorso "gli assassini di mia madre, mia sorella e mio nipote e della signora Valeria che erano a pochi metri da me, che ridevano guardandoci con aria di sfida, soprattutto lui", lo zio del piccolo Yuossuf ha deciso di scrivere una lettera pubblicata oggi dal quotidiano locale 'La Provincia' per esprimere le sue sensazioni di rabbia nel vedere in gabbia i coniugi Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi comportarsi con totale indifferenza, anche a fronte del racconto da brividi fatto dai primi testimoni chiamati dal pm Massimo Astori davanti alla corte d'assise di Como.

"Essendo stato chiamato a testimoniare - prosegue nella lettera - ho dovuto abbandonare il processo, anche se purtroppo ho avuto modo di leggere l'orrore del racconto del medico legale. Venire a sapere il numero di coltellate che ha ricevuto mia sorella, il modo con cui e' stata finita, il fendente portato alla gola del piccolino con torsione ripetuta della lama per aumentarne gli effetti, il fuoco appiccato sul corpo di mia madre, ha fatto andare in frantumi i miei principi morali, che mi sono stati insegnati dai miei genitori e che in qualche modo pensavo fossero una parte ben salda della mia coscienza".

Beppe Castagna definisce quelle dei due imputati "patetiche vite" e ritiene che "ogni loro respiro, ogni irrispettoso sorrisetto siano un'offesa alle meravigliose vite da loro distrutte. Se solo avessi letto nei loro occhi un minimo di sofferenza, di pentimento, se avessero ritrattato le loro confessioni e si fossero dimostrati pronti e desiderosi di subire una giusta pena, probabilmente il mio stato d'animo non sarebbe questo".

Beppe Castagna conclude dicendosi "sicuro che una condanna ci sara', ma qualunque sia la pena che riceveranno non sara' comunque mai abbastanza. Non credo nella pena di morte, la ritengo per molti versi una liberazione per chi, avendo commesso delle atrocita', ne prende coscienza". Per il fratello di Raffaella, dunque, la speranza e la consolazione "che a quei due mostri venga tolta ogni possibilita' di stare insieme e che vivano fino ai loro ultimi giorni in completa solitudine".

  • shares
  • Mail
5 commenti Aggiorna
Ordina:

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO